Deforestazione, numeri e narrazioni: cosa dicono davvero i dati
Un nuovo studio su Nature Food presenta DeDuCE, un modello avanzato che collega deforestazione, produzioni agricole e commercio internazionale.
Un nuovo studio pubblicato su Nature Food analizza in modo sistematico la deforestazione globale legata alle produzioni agricole, introducendo il modello DeDuCE, uno degli strumenti più avanzati oggi disponibili per collegare perdita di foreste, commodity e commercio internazionale. Il lavoro di Singh e Persson, “Global patterns of commodity-driven deforestation and associated carbon emissions“, offre una base scientifica rilevante per le politiche climatiche e per il regolamento europeo sulla deforestazione, ma solleva anche una questione cruciale: quanto le stime utilizzate nel dibattito pubblico riflettono davvero le responsabilità dei consumi europei?
Nel dibattito sulla deforestazione globale esiste una distinzione metodologica fondamentale che troppo spesso viene ignorata: quella tra deforestazione misurata e rischio di deforestazione associato alle commodity. La prima è un dato reale e osservabile: indica la conversione effettiva delle foreste in altri usi del suolo, rilevata tramite satelliti e analisi della copertura terrestre. Il secondo, invece, è una costruzione modellistica: una stima che attribuisce statisticamente la deforestazione globale alle diverse filiere agricole e, successivamente, ai flussi del commercio internazionale.
Non è una differenza marginale. Nel secondo caso, infatti, non si misura la deforestazione causata direttamente dai consumi di un Paese, ma si calcola quanta deforestazione globale sia “incorporata” nei beni importati. È proprio su questo tipo di stime che si basa gran parte del dibattito pubblico e anche l’implementazione del regolamento europeo sulla deforestazione (EUDR).
Il modello DeDuCE
Il lavoro di Singh e Persson rappresenta uno dei tentativi più avanzati di quantificare questo rischio su scala globale. Il modello DeDuCE integra dati satellitari, statistiche agricole e modelli di uso del suolo, producendo una mappatura dettagliata della deforestazione associata alle commodity. Si tratta, senza dubbio, di un contributo scientifico importante, destinato a diventare un riferimento per le politiche internazionali. Tuttavia, come riconoscono gli stessi autori, una quota rilevante delle stime deriva da attribuzioni statistiche e modelli di espansione agricola. In molti casi, quindi, i risultati devono essere interpretati come indicatori di rischio, non come misure dirette della responsabilità dei consumi di singoli Paesi.
Non solo: il modello considera prevalentemente la perdita lorda di copertura forestale, senza includere in modo sistematico il bilancio forestale netto. In altre parole, non tiene pienamente conto dei processi di riforestazione e rinaturalizzazione, particolarmente rilevanti in Europa. Se si guarda all’Italia, emergono dati che meritano attenzione. Le stime utilizzate dalla Commissione europea per il periodo 2005–2017 indicavano un rischio di deforestazione importata pari a circa 33.000 ettari all’anno, mentre le analisi più recenti basate sul modello DeDuCE per il periodo 2018–2022 riducono questa cifra a circa 15.000 ettari annui, meno della metà.
Si tratta di un elemento rilevante, perché suggerisce che il rischio associato ai consumi italiani è relativamente contenuto in termini assoluti e che negli ultimi anni si è registrata una riduzione significativa. Anche la distribuzione tra le diverse filiere mostra un quadro meno intuitivo di quanto spesso si racconti: la quota attribuibile alla filiera bovina risulta minoritaria rispetto a quella legata a commodity come soia, olio di palma, cacao e caffè, passando da circa 5.000 ettari annui nel primo periodo a poco più di 2.000 nel secondo.
La massiccia riforestazione di questi anni in Italia e in Europa
Per interpretare correttamente questi numeri è però indispensabile considerarli insieme alla dinamica delle superfici forestali. Negli ultimi trent’anni, l’Italia ha visto aumentare la propria superficie forestale di circa 3 milioni di ettari, con una crescita media di circa 100.000 ettari all’anno, dovuta soprattutto all’abbandono agricolo e ai processi di rinaturalizzazione spontanea. Il confronto cambia radicalmente prospettiva. L’espansione delle superfici forestali risulta circa tre volte superiore al rischio di deforestazione associato alle importazioni secondo le stime più elevate e arriva a essere sei-sette volte superiore secondo le stime più recenti. Se si considera la sola filiera bovina, il divario diventa ancora più marcato.
Una dinamica analoga si osserva anche a livello europeo. Tra il 1990 e il 2020, la superficie forestale dell’Unione è aumentata di circa 14 milioni di ettari, raggiungendo il 40% del territorio, con un incremento medio annuo di circa 450.000 ettari. Nello stesso periodo, il rischio di deforestazione associato alle importazioni europee è stato stimato tra circa 110.000 e 190.000 ettari all’anno. In altre parole, le foreste europee crescono ogni anno di tre o quattro volte più del rischio di deforestazione incorporato nel commercio internazionale.
Questo dato non elimina il problema della deforestazione globale, che resta reale e rilevante, ma ne modifica profondamente l’interpretazione. Il lavoro di Singh e Persson mostra infatti che la deforestazione è concentrata soprattutto nelle regioni tropicali ed è legata in larga misura all’espansione agricola nei Paesi in via di sviluppo e in transizione economica, dove la crescita demografica, l’aumento del reddito e la trasformazione delle diete stanno spingendo la domanda di prodotti agricoli e zootecnici.
Consumi di carne in Italia e deforestazione: una semplificazione eccessiva
In questo contesto, il commercio internazionale e le importazioni europee rappresentano una componente del fenomeno, ma non ne costituiscono il driver principale. Alla luce di questi dati, collegare in modo diretto e lineare i consumi agroalimentari italiani o europei, e in particolare il consumo di carne bovina, alla distruzione delle foreste tropicali appare una semplificazione eccessiva. Una semplificazione che rischia di produrre una rappresentazione fuorviante delle dinamiche reali dell’uso del suolo e delle responsabilità globali.
Se si considera il bilancio forestale complessivo, e non soltanto il rischio di deforestazione associato alle importazioni, né l’Italia né l’Unione europea possono essere considerate sistemi che determinano una riduzione netta della superficie forestale. La deforestazione globale deve invece essere letta soprattutto alla luce delle dinamiche demografiche, economiche e agricole che interessano le regioni tropicali e i Paesi in via di sviluppo. È infatti lì che si concentra il nodo centrale del problema.