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La rivoluzione vegetale può attendere: l’86,6% degli italiani resta onnivoro

Nonostante l’ampia visibilità mediatica, i dati Eurispes 2026 mostrano che vegetariani e vegani restano una minoranza stabile e contenuta.

  1. La diffusione mediatica di vegetarianismo e veganismo è molto più ampia della loro reale diffusione nella popolazione italiana.
  2. Dopo oltre dieci anni di rilevazioni, vegetariani e vegani restano una minoranza stabile, mentre la stragrande maggioranza degli italiani continua a seguire un’alimentazione onnivora.
  3. Il cambiamento delle abitudini alimentari sembra passare più dalla riduzione del consumo di carne che dall’adozione di diete completamente vegetariane o vegane.

C’è una distanza curiosa tra il racconto che domina il dibattito pubblico e quello che emerge dalle statistiche. Nei media, la crescita delle diete vegetariane e vegane è spesso descritta come una trasformazione irreversibile delle abitudini alimentari. Documentari, campagne ambientaliste, influencer, aziende del settore “plant-based” e una crescente attenzione verso questi temi hanno dato ai modelli alimentari veg una visibilità senza precedenti, alimentando la percezione di un fenomeno in continua espansione.

Ma i numeri confermano davvero questa narrazione? A leggere il Rapporto Italia 2026 di Eurispes, si direbbe di no. Gli italiani che si definiscono onnivori sono infatti passati dall’84,9% del 2025 all’86,6% del 2026. Nello stesso periodo, la quota complessiva di vegetariani e vegani è scesa dal 9,5% all’8,5%. I vegetariani sono diminuiti dal 6,6% al 5,3%, mentre i vegani sono saliti leggermente dal 2,9% al 3,2%.

Sono cifre che, al di là delle oscillazioni annuali, sembrano confermare una tendenza più ampia: la rivoluzione vegetale annunciata da molti osservatori non si è tradotta in una trasformazione reale delle abitudini alimentari italiane.

Una crescita che non arriva mai

L’aspetto più interessante emerge quando si osservano i dati nel lungo periodo. Da oltre un decennio Eurispes monitora le scelte alimentari degli italiani. Eppure, nonostante il rilievo assunto da questi temi nel dibattito contemporaneo, le percentuali registrate mostrano una sorprendente stabilità.

Anno dopo anno si osservano piccoli movimenti, qualche crescita, qualche flessione, ma senza alcuna progressione costante e significativa. Le quote di vegetariani e vegani oscillano generalmente all’interno di un intervallo relativamente ristretto, senza mostrare quella dinamica espansiva che ci si aspetterebbe da un fenomeno realmente in forte diffusione.

In altre parole, veganismo e vegetarianismo sembrano godere di una visibilità pubblica molto superiore al loro peso numerico reale.

Si tratta di un fenomeno interessante anche dal punto di vista sociologico. La scelta vegetariana o vegana ha assunto negli ultimi anni una forte riconoscibilità culturale. Tuttavia, sul piano dei comportamenti collettivi, il cambiamento appare molto più contenuto: la stragrande maggioranza degli italiani continua a seguire un’alimentazione onnivora.

Perché i numeri non aumentano?

I dati a nostra disposizione non permettono di rispondere direttamente a questa domanda, ma consentono alcune riflessioni.

Una prima possibilità è che esista un continuo ricambio all’interno di questi gruppi: ogni anno alcune persone decidono di adottare un’alimentazione plant-based, mentre altre fanno il percorso inverso e tornano a consumare alimenti di origine animale. Se questo accadesse con frequenza significativa, il risultato sarebbe proprio quello che osserviamo: numeri sostanzialmente stabili nel tempo, nonostante nuove adesioni continue.

Si tratta di un’ipotesi plausibile e compatibile con quanto emerge da studi condotti in diversi Paesi, che hanno documentato come una parte delle persone che intraprende un percorso vegetariano o vegano non lo mantenga nel lungo periodo. Le ragioni riportate dagli ex aderenti sono molteplici e comprendono difficoltà pratiche nella vita quotidiana, aspetti sociali, insoddisfazione rispetto alle alternative alimentari, costi e cambiamenti nelle motivazioni iniziali.

Un’altra possibilità è che molte persone riducano il consumo di carne senza eliminarla. Questo aspetto è spesso sottovalutato: le scelte alimentari moderne non si dividono necessariamente tra onnivori e vegani. Esiste una vasta area intermedia composta da persone che limitano alcuni prodotti animali rispetto al passato e aumentano la quota di vegetali, senza però identificarsi come vegetariane o vegane. In questo scenario, un cambiamento c’è, ma non assume la forma di una conversione di massa verso regimi completamente vegetali.

Quanto sono affidabili questi dati?

Esiste poi un’altra questione interessante, raramente discussa. Le indagini Eurispes si basano su questionari e dichiarazioni degli intervistati. Non misurano direttamente ciò che le persone mangiano, ma ciò che dichiarano di mangiare.

Si tratta di una metodologia consolidata e ampiamente utilizzata nelle ricerche sociali, ma che presenta inevitabilmente alcuni limiti. Chi si definisce vegano segue davvero una dieta rigorosamente priva di ogni alimento di origine animale? Chi si dichiara vegetariano esclude realmente qualunque tipo di carne e pesce? È impossibile stabilirlo con precisione.

La letteratura scientifica mostra da tempo che spesso esiste una discrepanza tra identità alimentare dichiarata e comportamento reale. Alcune persone si definiscono vegetariane pur consumando occasionalmente pesce o carne. Altre si identificano come vegane pur mantenendo diverse eccezioni. Altre ancora modificano la propria alimentazione nel corso dell’anno, ma continuano a utilizzare la stessa etichetta quando rispondono ai questionari.

Paradossalmente, questo significa che le percentuali rilevate potrebbero persino sovrastimare la reale diffusione delle diete vegetariane e vegane.

La dieta mediterranea non è una dieta vegetariana

C’è infine un aspetto culturale che merita attenzione. La dieta mediterranea viene descritta come un’alimentazione prevalentemente vegetale. Ed è corretto, naturalmente: cereali, legumi, verdura, frutta e olio extravergine d’oliva rappresentano storicamente il nucleo centrale di questo modello nutrizionale. Ma la dieta mediterranea non è mai stata vegetariana: pesce, latticini, uova e carne hanno sempre fatto parte della tradizione alimentare dei Paesi mediterranei. La riduzione degli eventuali eccessi non ha mai coinciso con l’eliminazione degli alimenti di origine animale.

Anche questo potrebbe contribuire a spiegare perché molti italiani percepiscano la possibilità di migliorare la propria alimentazione senza necessariamente rinunciare alla carne.

Una specie onnivora, tra biologia e tradizione

I dati Eurispes 2026 non dimostrano che vegetarianismo e veganismo siano destinati a scomparire, né che siano modelli alimentari in declino irreversibile. Documentano però qualcosa di diverso e forse più interessante.

Nonostante decenni di dibattito, una straordinaria esposizione mediatica e una crescente attenzione verso le tematiche ambientali ed etiche, la quota di italiani che rinuncia alla carne e agli altri alimenti animali continua a rappresentare una minoranza relativamente stabile, e decisamente contenuta, della popolazione.

La vera notizia non è che esistano vegetariani e vegani, ma che, dopo tutti questi anni, la maggioranza degli italiani continui a non voler diventare tale.

Biologo, specialista in Scienza dell'Alimentazione, dottore magistrale in Scienze della Nutrizione Umana, dottore magistrale in Scienze Naturali, Master universitario in Naturopatia, svolge la professione di nutrizionista presso La Clinica del Cibo di Milano. Le affianca un'intensa attività di divulgazione sui temi dell'alimentazione e della salute naturale su TV, radio, giornali e siti web. È inoltre docente di corsi di formazione per medici, nutrizionisti e altro personale sanitario e consulente di aziende produttrici di integratori alimentari e nutraceutici. È membro dell'Unità Operativa sul Microbiota (Human Microbiome Unit) della SIBS (Società Italiana di Biologia Sperimentale). Ulteriori informazioni qui