Reggio Emilia ed emissioni agricole: le classifiche da sole non raccontano tutto
Le elevate emissioni agricole attribuite a Reggio Emilia vanno interpretate nel contesto del suo forte ruolo produttivo, evitando di giudicare la sostenibilità del territorio sulla base dei soli dati assoluti.
- Le emissioni agricole vanno lette in rapporto al territorio e alla produzione, non solo nei valori assoluti.
- Il peso della filiera del Parmigiano Reggiano spiega gran parte dei dati emissivi di Reggio Emilia, senza implicare automaticamente una maggiore insostenibilità.
- Innovazione, sequestro del carbonio nei suoli e pratiche agroecologiche stanno già contribuendo a ridurre l’impatto ambientale della zootecnia padana.
Negli ultimi mesi si sono accesi i riflettori sulle emissioni agricole in Pianura Padana, anche in seguito alla pubblicazione del report “Padania Avvelenata” di Greenpeace, che colloca il Comune di Reggio Emilia ai primi posti in Italia per emissioni provenienti dal settore agricolo. Ma un dato assoluto è sufficiente per descrivere la sostenibilità di un territorio? Per rispondere occorre guardare oltre la classifica e analizzare il contesto produttivo, geografico e ambientale in cui quei numeri vengono generati.
Un territorio agricolo particolarmente esteso
Il primo elemento da considerare riguarda le dimensioni del Comune di Reggio Emilia. Con circa 230 chilometri quadrati di superficie, la città emiliana è molto più estesa rispetto a molti altri comuni della Pianura Padana. Una parte importante del territorio mantiene inoltre una forte vocazione agricola. Questo significa che, in termini assoluti, il comune ospita un numero elevato di aziende e di capi allevati. Lo stesso report di Greenpeace precisa che la graduatoria non considera il rapporto tra emissioni, numero di animali allevati ed estensione territoriale. Di conseguenza, i territori più grandi risultano inevitabilmente penalizzati dal calcolo matematico, quando si confrontano esclusivamente i valori assoluti anziché in “densità emissiva per chilometro quadrato”.
Il peso della filiera del Parmigiano Reggiano
Reggio Emilia rappresenta uno dei principali poli produttivi della filiera del Parmigiano Reggiano, una delle eccellenze agroalimentari più riconosciute al mondo. La presenza di numerosi allevamenti bovini da latte è quindi una caratteristica strutturale del territorio. In un sistema di calcolo basato sul numero di animali moltiplicato “per fattori emissivi medi”, una forte specializzazione lattiero-casearia porta inevitabilmente a valori emissivi più elevati, rispetto ad aree meno vocate alla produzione zootecnica. Questo dato non indica quindi una situazione di emergenza ambientale, ma riflette l’importanza economica e produttiva della filiera presente sul territorio.
Le emissioni non sono l’unico indicatore da considerare
Un altro aspetto spesso trascurato riguarda il bilancio complessivo del carbonio. La zootecnia reggiana è strettamente collegata a prati stabili, colture foraggere e superfici poliennali che caratterizzano il paesaggio agricolo della provincia. Numerosi studi scientifici hanno evidenziato come questi sistemi agricoli possano accumulare quantità significative di carbonio nel suolo, grazie alla presenza di apparati radicali permanenti e all’impiego di fertilizzazione organica.
Accanto alle emissioni esiste quindi anche una capacità di sequestro del carbonio, che contribuisce a mitigare l’impatto climatico complessivo delle attività agricole. Nei casi più virtuosi, il carbonio emesso e quello sequestrato su base annua si possono bilanciare, e di questo bisogna tenere conto quando si valutano gli impatti climatici complessivi delle attività agricole e zootecniche.
L’innovazione sta già riducendo l’impatto degli allevamenti
Valutare un territorio esclusivamente sulla base del numero di animali allevati significa ignorare il livello di innovazione presente nelle aziende. Le emissioni dipendono infatti anche dalle tecniche di allevamento, dalla gestione degli effluenti e dalle tecnologie adottate. Soluzioni estreme, come lo stop totale agli allevamenti intensivi o la netta riduzione del comparto zootecnico, otterrebbero solo l’effetto di spostare la produzione e l’inquinamento altrove, in paesi con agricoltura meno efficiente e più impattante dal punto di vista ambientale. La letteratura agroecologica propone invece soluzioni che rendono gli allevatori protagonisti attivi della mitigazione climatica.
In molte aziende reggiane sono già diffuse pratiche come la digestione anaerobica, che consente di trasformare gli effluenti zootecnici in biogas e biometano, riducendo le emissioni di metano e producendo energia rinnovabile. Allo stesso tempo, si stanno diffondendo sistemi di distribuzione a bassa emissività e soluzioni per migliorare l’efficienza dell’uso dell’azoto, contribuendo a ridurre le emissioni di ammoniaca. Anche l’impiego agronomico del digestato, che è il sottoprodotto fertilizzante del processo di digestione anaerobica, permette di sostituire i concimi di sintesi, elevando l’efficienza d’uso dell’azoto e aumentando i livelli di sostanza organica (quindi carbonio) nel suolo, preservandone la fertilità. Senza la presenza degli allevamenti in territori come quello padano non ci sarebbe modo di applicare queste pratiche agroecologiche innovative e di disporre dei nutrienti vegetali fondamentali per una fertilizzazione naturale.
Una realtà più complessa delle classifiche
Le classifiche possono essere utili per attirare l’attenzione su un problema, ma non sempre riescono a rappresentare la complessità dei sistemi agricoli. Nel caso di Reggio Emilia, i dati sulle emissioni devono essere letti insieme alle caratteristiche del territorio, alla presenza di una filiera lattiero-casearia efficiente, agli investimenti in innovazione e al contributo che le pratiche agroecologiche possono offrire alla fertilità dei suoli e al sequestro del carbonio. La zootecnia integrata e supportata da tecnologie moderne non è l’avvelenatrice della Pianura Padana, ma è anzi insostituibile per chiudere positivamente il bilancio del carbonio e salvaguardare gli ecosistemi agricoli, a partire dalla salute del suolo.
La vera sfida quindi è ridurre le emissioni, valorizzando al tempo stesso un patrimonio produttivo che rappresenta una componente fondamentale dell’economia e dell’identità del territorio. La zootecnia padana può essere sicuramente migliorata, ma anche raccontata per ciò che realmente è: un sistema produttivo complesso, già attivamente impegnato in un percorso di mitigazione ambientale e benessere animale, che non può essere giudicato solo in base a classifiche parziali o a letture mediatiche semplificate.