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Lavoro artigianale e società: uno sguardo oltre la siepe

Il lavoro del futuro sarà creativo, relazionale, e radicato nella capacità tutta umana di dare senso al proprio fare. Lo esemplificano al meglio le filiere italiane della carne e della concia.

Il lavoro artigianale delle filiere italiane della carne e della concia rappresenta un patrimonio unico di competenze, creatività e identità territoriale. Due settori chiave che, attraverso innovazione e tradizione, continuano a generare valore economico, qualità riconosciuta nel mondo e sostenibilità. Un esempio concreto di come il lavoro possa essere, ancora oggi, motore di sviluppo e di cultura.

“Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.”

Giacomo Leopardi

Questa siepe, oggi, è il futuro. Quel confine incerto che ci separa da un tempo che cambia più in fretta di quanto riusciamo a comprenderlo. Guardare “oltre la siepe” significa provare a immaginare cosa sarà il lavoro domani, in una società che ridefinisce i suoi valori, i suoi tempi, persino i suoi spazi vitali.


Il lavoro, una lunga metamorfosi

Il lavoro è, innanzitutto, una cessione di tempo e abilità intellettuali, manuali e fisiche. Ma questa definizione tecnica non basta. Il lavoro è anche un’esperienza umana profonda, che ha attraversato la storia con significati diversi.

Nell’Antico Testamento, il lavoro è una condanna: “Con il sudore del tuo volto mangerai il pane”.

Per i Greci e i Romani, era roba da schiavi, indegno del cittadino libero. Sarà San Benedetto a riscattarlo, elevandolo a preghiera con il motto dell’Ordine Ora et labora. Il lavoro diventa disciplina del corpo e dello spirito. Nel Medioevo e fino all’età moderna, resta comunque attività servile, inferiore alla contemplazione. Solo con la Rivoluzione industriale il lavoro entra al centro della vita sociale. Diventa merce, identità, conflitto. Per Marx, è anche alienazione: “Nel lavoro alienato, l’uomo non si appartiene, ma appartiene a un altro”.

Eppure, il Novecento lo trasforma in strumento di riscatto e cittadinanza con il posto fisso, i diritti e la dignità operaia.


E oggi? Frammentazione e molteplicità

Viviamo una trasformazione profonda del concetto stesso di lavoro. Oggi il lavoro non è più un “posto”, ma un processo discontinuo. Non è più solo retribuzione, ma anche autorealizzazione, status, visibilità, vocazione. David Graeber ha parlato di “bullshit jobs”: lavori ben pagati che non servono a nulla. Allo stesso tempo, molti lavori fondamentali – quali la cura, l’insegnamento, l’artigianato – sono sottovalutati e sottopagati. E allora, è lavoro solo ciò che ha un contratto?  È lavoro giocare a calcio? Fare arte? Pubblicare contenuti online?  È lavoro prendersi cura di un genitore anziano, pur senza stipendio?


Lavoro, creatività e senso

Nel mondo che viene, il lavoro sarà sempre tempo e abilità. Ma il valore di ciò che faremo dipenderà sempre di più dalla nostra creatività.

Richard Sennett, nel suo bellissimo libro The Craftsman, scrive: Essere un buon artigiano significa essere impegnato nel fare bene qualcosa, per il solo gusto di farlo bene.” La creatività, in questo senso, non è riservata agli artisti. È la capacità di immaginare soluzioni nuove, di trasformare la materia, di prendersi cura di ogni dettaglio. È ciò che rende umano anche un lavoro ripetitivo. È ciò che dà senso al fare. In un’epoca in cui l’Intelligenza Artificiale esegue, l’umano inventa.


Uno sguardo alla letteratura scientifica sul lavoro e la digitalizzazione

Accanto alla riflessione storica e culturale sul lavoro, negli ultimi anni si è accumulato un patrimonio di studi internazionali che analizzano con metodo scientifico come la digitalizzazione stia trasformando il lavoro. Una recente analisi di 64 articoli accademici (selezionati dal database Scopus® con le parole chiave “lavoro”, “futuro” e “digitalizzazione”) ha permesso di individuare, attraverso una mappatura semantica, alcune tendenze forti e convergenti.

Le parole più ricorrenti nei testi sono: ‘digitale’, ‘futuro’, ‘industria’, ‘ricerca’ e ‘competenze’. Questo rivela l’attenzione dei ricercatori sul concetto stesso di lavoro, che cambia rapidamente sotto la spinta della tecnologia. Le idee emergenti si raggruppano attorno a cinque direttrici principali.

  1. La trasformazione delle competenze, in quanto l’adozione di tecnologie digitali rende centrali nuove competenze trasversali, quali la capacità di apprendere, il pensiero interdisciplinare, l’alfabetizzazione digitale e i soft skill.
  2. La riconfigurazione delle mansioni, poiché, più che eliminare i posti di lavoro, la digitalizzazione riconfigura i compiti. Alcuni diventano automatizzati, altri si arricchiscono di contenuti cognitivi e relazionali.
  3. Gli ibridi spazio-temporali del lavoro, perché questo si smaterializza, ma non sparisce. Emerge il paradigma LILO (Log-in/Log-out), che sostituisce il vecchio FIFO (Fly-in/Fly-out), il che significa che si lavora da remoto, ma restano centrali la responsabilità e la presenza.
  4. Il benessere psicosociale, legato alle nuove tecnologie che portano nuovi rischi quali stress, isolamento e monitoraggio continuo che richiedono approcci attenti alla salute mentale e al senso del lavoro.
  5. I divari e le politiche educative, poiché in molte aree del mondo (in letteratura appare il caso dell’Africa sub-sahariana) la trasformazione digitale è ostacolata da infrastrutture carenti e formazione inadeguata. Serve un impegno rinnovato per la formazione continua.

Questo insieme di evidenze rafforza quanto già emerso precedentemente e cioè che il lavoro del futuro sarà creativo, relazionale, e radicato nella capacità tutta umana di dare senso al proprio fare. La letteratura conferma che la digitalizzazione non sostituisce l’umano, ma lo sfida a reinventarsi in quanto rappresenta un motore trasformativo profondo del lavoro contemporaneo. Non si tratta solo di un aggiornamento tecnologico, ma di una riorganizzazione strutturale dei processi produttivi, delle competenze richieste e dei significati sociali e culturali associati al lavoro.

Secondo Grybauskas, Stefanini e Ghobakhloo, l’Industria 4.0 solleva interrogativi importanti sulla sostenibilità sociale e sulla distribuzione dei benefici del progresso tecnologico. Un tema trasversale è l’emergere di nuove competenze e in questo senso Sapper, Kohl e Fottner indicano la comprensione dei processi e le competenze sociali come essenziali per affrontare ambienti automatizzati e flessibili, mentre Škrinjarić evidenzia le difficoltà nel definire e valutare le competenze in scenari di lavoro in continuo cambiamento.

La trasformazione non implica necessariamente la scomparsa dei posti di lavoro, piuttosto una loro ristrutturazione. Sánchez parla di “digitalizzazione delle mansioni”, che significa che alcune attività sono automatizzate, mentre altre richiedono un maggiore apporto cognitivo ed emotivo. In questo contesto, Harborth e Kümpers introducono il concetto di “intelligenza aumentata” in cui la tecnologia affianca e potenzia il lavoro umano anziché sostituirlo. Anche le modalità di lavoro stanno mutando. Storey descrive il passaggio dal modello FIFO (Fly-In/Fly-Out) al modello LILO (Log-In/Log-Out), già citato in precedenza, evidenziando una progressiva smaterializzazione dello spazio lavorativo e un aumento della mobilità digitale.

Tuttavia, queste trasformazioni comportano nuove sfide in termini di benessere. Schulte e colleghi hanno evidenziato l’aumento dei rischi psicosociali legati alla digitalizzazione, quali stress, solitudine e intensificazione dei ritmi. La trasformazione digitale non è omogenea, come osserva Ndibalema, perché nelle aree meno sviluppate persistono gravi ostacoli legati alla mancanza di competenze digitali e infrastrutture adeguate. La sfida è quindi duplice: da un lato, sfruttare le opportunità offerte dalle tecnologie per migliorare la qualità del lavoro e dall’altro, garantire inclusione, formazione e giustizia sociale.


Oltre la siepe, un futuro del lavoro “a misura d’uomo”

Oggi cambiano anche i riferimenti sociali del lavoro. Il tempo: non lavoriamo più tutta la vita nello stesso luogo. Abbiamo più tempo libero, ma anche più pressione costante (email, reperibilità, multitasking). Lo spazio: il lavoro si smaterializza, si digitalizza. Ma nasce anche un nuovo bisogno di luoghi concreti, di radici, di mani che fanno. I valori: in una società che guarda alla sostenibilità, alla lunga vita, alla cura del pianeta, il lavoro non può essere cieco. Deve avere un impatto positivo sul mondo. La nuova domanda non è solo “Che lavoro fai?”, ma “Perché lo fai? Con che scopo? Con quale qualità umana?”. Jeremy Rifkin profetizzava la fine del lavoro. Forse aveva torto. Forse non finirà il lavoro, ma solo una certa idea di lavoro, quella lineare, industriale, impersonale.


L’industria della trasformazione delle carni e quella conciaria, saperi antichi per il lavoro del futuro

Tra i settori che meglio incarnano il valore artigianale del lavoro italiano, l’industria della trasformazione delle carni occupa un posto di rilievo. Dalla lavorazione delle carni fresche alla produzione di salumi e trasformati, questa filiera si distingue per la capacità di integrare saperi antichi e innovazione tecnologica, mantenendo uno stretto legame con i territori di origine. Non si tratta solo di processi industriali, ma di pratiche culturali profonde, che richiedono conoscenza delle materie prime, rispetto delle tradizioni locali, attenzione ai dettagli e capacità di innovare senza snaturare la preziosa materia prima. È un settore che, pur affrontando le sfide della modernizzazione, continua a fondarsi sull’esperienza umana, sulla manualità sapiente e su una visione del prodotto come espressione di qualità, autenticità e sostenibilità.

Un modello analogo si ritrova nell’industria conciaria italiana, esempio emblematico di manifattura avanzata che trae forza da competenze tramandate nel tempo, dall’abilità artigiana e dall’impegno verso l’innovazione e l’apertura internazionale. Oggi il “fare concia” non si esaurisce nella lavorazione della pelle, ma è un’operazione culturale che plasma identità, che combina tecnica, etica, bellezza e sostenibilità. Anche in questo caso, la sfida non è solo tecnologica, ma soprattutto culturale e simbolica. Attrarre nuove generazioni in mestieri antichi ma vitali, far comprendere che il lavoro artigianale non è una reliquia del passato, bensì una forma moderna e creativa di costruire il futuro. L’industria conciaria, come quella della trasformazione delle carni, rappresenta un paradigma possibile per il nuovo lavoro: manuale e intelligente, concreto e globale, radicato nella tradizione ma capace di guardare oltre la siepe.

“L’umanità si divide tra chi crede che il lavoro sia un peso e chi sa che è un’opera.”
— (anonimo artigiano toscano)

*Questo testo è l’elaborazione dell’intervento svolto in occasione dell’80° anniversario della fondazione della Sezione Conciaria di Confindustria Vicenza. L’evento, con lo stesso titolo di questo scritto, si è svolto il 16 aprile 2025 ed è stato organizzato dal Presidente della Sezione, Mirko Balsemin, che si ringrazia per l’ospitalità.

Presidente Emerito dell'Associazione per la Scienza e le Produzioni Animali, Professore Ordinario di Etica e Sostenibilità degli Allevamenti presso il Dipartimento di Agraria dell’Università di Sassari e Presidente dell’Associazione Carni Sostenibili. Fra i migliori esperti globali in scienze animali, è incluso nel 2% di scienziati maggiormente citati al mondo.