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“Mala Fede Veg”, cosa si nasconde dietro il nuovo credo animalista

Mala Fede Veg esplora l’umanizzazione degli animali come risposta al vuoto di senso dell’Occidente contemporaneo. Il saggio denuncia la deriva religiosa di ambientalismo e animalismo e i suoi intrecci con media, politica e interessi economici.

  • Veganesimo e animalismo come nuove religioni laiche: il libro analizza come, in una società in cerca di significato, la difesa degli animali e dell’ambiente possa trasformarsi da scelta etica in identità ideologica, alimentata da senso di colpa, paura e bisogno di appartenenza.
  • Tra umanizzazione degli animali e interessi economici: dall’antropomorfizzazione degli animali al ruolo di ONG, media e lobby, Bertaglio indaga le dinamiche culturali, politiche ed economiche che influenzano il dibattito su alimentazione, sostenibilità e tutela animale.
  • Oltre le ideologie, verso una visione realistica della natura: il libro invita a distinguere il benessere animale concreto dall’umanizzazione sentimentale e la sostenibilità scientificamente valutata dall’ambientalismo ideologico, recuperando una visione più consapevole del rapporto tra uomo, animali, cibo e ambiente.


In libreria dal 16 ottobre per Guerini e Associati, “Mala Fede Veg. Cosa si nasconde dietro il nuovo credo animalista” di Andrea Bertaglio, un libro che affronta il veganesimo e l’animalismo contemporanei non come semplici scelte alimentari o campagne di tutela, ma come fenomeni culturali, psicologici, mediatici, politici ed economici. La domanda di partenza è perché, in un Occidente sempre più secolarizzato, cresca la tendenza a umanizzare gli animali e a trasformarne la difesa in una causa morale totale. Ma vediamo un po’, in anteprima, di cosa parla questo testo.

La tesi centrale è che ambientalismo e animalismo, nelle loro forme più radicali, abbiano assunto tratti di “religioni laiche”. Non offrono soltanto un’etica della sostenibilità o una critica allo sfruttamento animale: propongono una visione del mondo, distinguono tra colpevoli e redenti, alimentano senso di colpa e propongono pratiche di espiazione. Clima, natura e animali diventerebbero così i nuovi referenti sacri di un’epoca in cui Dio, la politica e le grandi narrazioni collettive hanno perso parte della loro capacità di dare senso. Ed è proprio qui che, secondo l’autore, si cela l’origine di molti problemi (che vanno ben oltre la zootecnia) di un Occidente sempre più impigrito ed annichilito.


Il bisogno di senso

Bertaglio parte dall’idea che molti occidentali vivano una profonda crisi di significato. Solitudine, fragilità dei legami, perdita dei riferimenti religiosi e sfiducia nella politica avrebbero lasciato un vuoto che nuove ideologie cercano di colmare. In questo contesto, la scelta vegana può diventare molto più di una dieta: un’identità, una disciplina morale e una forma di appartenenza. In poche parole, una risposta semplice e domande complesse.

L’autore richiama la massima di Chesterton secondo cui chi non crede in Dio non finisce per non credere in nulla, ma per credere in qualsiasi cosa. Quando vengono meno gli assoluti tradizionali, non scompare il bisogno di fede, ma cambiano i suoi oggetti: la natura, il clima, gli animali e la salute del corpo possono diventare nuovi principi morali capaci di ordinare la vita individuale e collettiva. Non a caso sono fra i temi che “tirano” maggiormente su media e social media.


La religione della natura e gli animali come persone

Uno dei messaggi più forti del saggio riguarda la sostituzione simbolica di Dio con la Natura. L’ambientalismo catastrofista riprenderebbe, in forma secolarizzata, strutture religiose: l’impronta ecologica diventa il peccato originale, l’eco-ansia sostituisce il timore della condanna, la dieta restrittiva assume il valore della penitenza e il proselitismo climatico-animista richiama quello delle fedi storiche. In questa prospettiva, l’essere umano viene spesso descritto non come parte della natura, ma come suo nemico: un “virus”, un “cancro”, una specie colpevole per natura. Bertaglio, avendola quasi fatta sua in passato, critica questa rappresentazione, considerandola disumanizzante e incapace di riconoscere sia le responsabilità reali dell’uomo sia il suo ruolo nella gestione di territori, paesaggi e sistemi agricoli.

Il cuore del libro è l’analisi dell’umanizzazione degli animali. Bertaglio distingue tra il rispetto per gli animali e la loro trasformazione in surrogati umani. Cani vestiti come bambini, gatti nutriti con diete vegane, compleanni, battesimi e funerali simbolici diventano esempi di una relazione che, a suo avviso, non rispetta la specificità biologica dell’animale, ma proietta su di lui bisogni, ansie e desideri umani. L’animale domestico verrebbe così a occupare il posto di figlio, partner o confidente in una società segnata dalla fragilità dei legami. Non si tratterebbe di una maggiore capacità di amare gli animali, ma di un loro uso per compensare solitudine, mancanza di relazioni e paura della morte. Il paradosso è che si proclama amore per la natura rimuovendone gli aspetti fondamentali: predazione, competizione, sofferenza e appunto morte.


Il rifiuto della carne

Per Bertaglio, anche il rifiuto della carne è un rifiuto della morte. Mangiare un animale significa entrare in contatto, sia pure mediato, con l’uccisione, il sangue e la caducità. In alcune forme di veganesimo, la carne diventa quindi un tabù, qualcosa di impuro o spiritualmente contaminante, mentre la dieta vegetale assume il valore di purificazione.

Questo meccanismo si collega alla paura della mortalità: davanti all’angoscia della morte, l’essere umano costruisce sistemi culturali e morali che la rendano più tollerabile o permettano di evitarla simbolicamente. Il veganesimo più ideologico prometterebbe una vita senza uccisione, violenza e contatto con la morte. Un’illusione, per l’autore, perché ogni forma di vita si nutre di altre forme di vita e la morte è parte strutturale degli ecosistemi.


ONG, media e interessi

La parte più politicamente impegnata di “Mala Fede Veg” affronta il rapporto tra attivismo, finanziamenti e potere. Bertaglio sostiene che molte ONG non siano semplici associazioni di cittadini, ma organizzazioni con budget rilevanti, capacità di lobby e interessi da difendere. Le definisce, con formula polemica, “nuove chiese”: raccolgono donazioni, producono narrazioni morali, orientano l’opinione pubblica e cercano di influenzare le istituzioni.

Il libro affronta anche il Green Deal europeo e la Strategia Farm to Fork, letti come esempi di un ambientalismo istituzionale che rischia di trasformarsi in ideologia. Bertaglio discute il caso “Greengate”, relativo a finanziamenti pubblici a ONG ambientaliste e alle attività di pressione politica ad esse collegate. Il suo argomento non è che le ONG non debbano esistere, ma che la loro influenza debba essere trasparente e separata dalla scrittura delle politiche pubbliche.


Carne artificiale e transumanesimo

Il tema del rifiuto della morte ritorna nell’analisi della carne artificiale coltivata in laboratorio e del transumanesimo. La carne artificiale prometterebbe di eliminare la morte visibile dell’animale, sostituendo allevamento e macellazione con un processo industriale e asettico. Per Bertaglio, però, non elimina davvero la morte: la nasconde e la trasforma in un problema tecnico.

Lo stesso vale per il transumanesimo: la tecnologia contemporanea cercherebbe di rimandare o superare i limiti biologici dell’essere umano attraverso longevità, biotecnologie, intelligenza artificiale e carne coltivata. Veganismo radicale e transumanesimo convergerebbero così nella stessa illusione: poter vivere senza uccidere, senza soffrire e, idealmente, senza morire.


Il messaggio finale

Il messaggio complessivo non è che gli animali non meritino tutela, né che l’ambiente non debba essere difeso. È che entrambe le cause rischiano di essere deformate quando diventano ideologie totalizzanti. Bertaglio distingue tra un benessere animale concreto, fondato sull’etologia e sa conoscenza scientifica degli animali, e una loro umanizzazione sentimentale; tra una sostenibilità reale, valutata con dati e conseguenze, e un ambientalismo che si nutre di colpa, paura e marketing.

Il libro invita quindi a uscire dalla logica della redenzione simbolica — comprare, rinunciare, donare, condannare — e a tornare a una visione più realistica della natura, degli animali, del cibo e della responsabilità umana. La domanda di fondo resta: cosa stiamo davvero cercando quando trasformiamo gli animali in quasi-persone, il clima in un giudice morale e il consumo di determinati prodotti in un atto di salvezza?

“Mala fede veg. Cosa si nasconde dietro il nuovo credo animalista” (Guerini e Associati)

Il Progetto “Carni Sostenibili” vuole individuare gli argomenti chiave, lo stato delle conoscenze e le più recenti tendenze e orientamenti tecnico scientifici, con l’intento di mostrare che la produzione e il consumo di carne possono essere sostenibili, sia per la salute che per l’ambiente.