TOP

“Beneficial Bloodsucking”, bioetica senza etica

L’animalismo travestito da scienza raggiunge nuove vette: sarebbe “moralmente obbligatorio” diffondere la zecca che provoca l’allergia alla carne rossa.

Nel paper “Beneficial Bloodsucking”, pubblicato recentemente su Bioethics, gli autori propongono, con apparente rigore filosofico, la tesi a dir poco inquietante che infettare deliberatamente gli esseri umani con una sindrome trasmessa dalle zecche  (la Alpha-Gal Syndrome) per renderli intolleranti alla carne rossa e, così, ridurne il consumo sia legittimo.

L’argomentazione del lavoro sostiene che, poiché il consumo di carne è moralmente inaccettabile a causa della sofferenza animale, e poiché l’infezione può indurre un’avversione alimentare specifica, infettare la popolazione rappresenterebbe un “bio-potenziatore morale”, una sorta di male minore rispetto al proseguire delle abitudini alimentari carnivore. 


Già senza la premessa della “sofferenza ineliminabile”, il ragionamento crolla

A una prima lettura, data l’enormità della proposta, potrebbe sembrare una provocazione intellettuale, ma è una provocazione che ha trovato spazio in una rivista scientifica accreditata e che merita quindi una risposta lucida, netta e fondata. Innanzitutto, l’intera argomentazione del paper poggia sul presupposto ideologico che mangiare carne sia moralmente riprovevole in quanto causa sofferenza animale. Si tratta di un’affermazione estrema, smentita da anni di ricerca, di normative e di pratica zootecnica responsabile, delle quali diamo costantemente conto in questo sito.

Intatti, non smettiamo mai di mettere in evidenza come le moderne filiere europee, e italiane in particolare, impongono standard rigorosi di benessere animale, controllo sanitario, tracciabilità e sostenibilità ambientale. Il concetto stesso di “sacrificio”, che utilizziamo correntemente al posto di macellazione, presuppone un sistema di norme etiche e tecniche che tutelano l’animale durante tutta la vita produttiva e ne disciplinano il fine vita con modalità che riducono al minimo la sofferenza. Senza la premessa della “sofferenza ineliminabile”, l’intero ragionamento crolla.


L’infezione deliberata degli esseri umani è inaccettabile

Non si può giustificare l’infezione deliberata degli esseri umani con l’idea che essa serva a prevenire una pratica quale il consumo di carne che non è affatto moralmente inaccettabile, come sostengono gli autori, quando è ben regolata. L’etica non può fondarsi su immagini ideologiche del mondo, ma deve poggiarsi su realtà verificate, pluralismo morale e tutela della persona.

In secondo luogo, l’idea che si possa deliberatamente infettare parte della popolazione per indurla a evitare la carne è una violazione evidente dell’integrità della persona. In nessun contesto giuridico o medico riconosciuto è accettabile imporre un danno biologico a un individuo, senza consenso, per finalità sociali o ideali. Una simile proposta infrange i principi della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (art. 3 e 5), del Codice di Norimberga (che vieta ogni trattamento medico non consensuale) e, soprattutto, della Convenzione di Oviedo e delle moderne linee guida in bioetica che gli autori del paper avrebbero dovuto conoscere bene prima di scrivere l’articolo e la rivista controllare prima di accettarlo.

Con questa proposta (a dir poco bislacca) si mina l’autonomia individuale, si impone un rischio sanitario ingiustificabile e si normalizza un pensiero profondamente autoritario per cui il corpo dell’individuo viene subordinato a un fine astratto, imposto da altri.


La retorica del male minore, travestito da “bio-potenziatore morale”, è uno dei punti più pericolosi

Il ricorso alla retorica del male minore, travestito dalla nuova semantica come “bio-potenziatore morale”, è uno dei punti più pericolosi dell’intero testo. La storia del pensiero etico ci insegna che non è moralmente giustificabile sacrificare dei singoli per un fine presunto più alto, soprattutto quando quel fine è interpretato secondo logiche ideologiche o mono-causali.

In questo caso, si considera accettabile generare una patologia alimentare, che può comportare gravi rischi sanitari, per risparmiare animali da un destino comunque regolato, vigilato, umanizzato.


Niente etica, né bioetica; solo “banalizzazione del male”

La logica sottostante a queste affermazioni abnormi cancella la proporzione morale tra azioni e conseguenze e ignora completamente i valori fondanti di ogni etica personalista, vale a dire la dignità, l’integrità, la responsabilità individuale. E ancora, il paper non si limita a suggerire un cambio di dieta o a proporre incentivi culturali, ma si propone di trasformare gli esseri umani in strumenti. In questa visione, la persona perde il proprio valore intrinseco e diventa un veicolo, una sorta di contenitore da modificare biologicamente per raggiungere un obiettivo esterno. Siamo nel pieno di ciò che Hannah Arendt definiva la “banalizzazione del male”, non il male gridato, ma quello travestito da razionalità tecnica, da efficienza morale, da soluzione ottimizzata.

Aggiungo che una proposta del genere, se normalizzata, crea un precedente culturale e politico inquietante perché se accettiamo oggi che il corpo dell’individuo possa essere modificato per correggerne i desideri alimentari, domani potremmo accettare trattamenti coatti per ridurre l’uso di energia, per cambiare preferenze riproduttive, per selezionare orientamenti cognitivi o comportamentali.


Una forma estrema di ingegneria morale, che mina le basi della bioetica stessa

Infine, sancire che si possa inoculare una patologia per indurre un cambiamento sociale è uno scivolamento grave verso una concezione della collettività che annulla il cittadino in nome della causa, e rappresenta a tutti gli effetti un’aberrazione travestita da ragionamento. Il lavoro pubblicato su Bioethics non è solo una provocazione infelice, ma è una proposta che, se accettata anche solo come ipotesi teorica, mina le basi della bioetica stessa. Rappresenta in sostanza una forma estrema di ingegneria morale, che pretende di manipolare l’organismo umano per indurlo a comportamenti considerati più etici da chi scrive, in base a premesse ideologiche, non condivise né condivisibili.

Il solo fatto che una rivista accademica abbia accettato di pubblicare questa tesi rende urgente e necessario un chiarimento culturale perché l’etica non è coercizione mascherata da bene comune, non è manipolazione dei corpi, non è giustificazione della violenza soprattutto se viene considerata dai proponenti ben intenzionata. Un pensiero sano, libero e fondato sui diritti della persona non può e non deve accettare che il male venga pianificato, in questo caso, a fin di un bene tutto da dimostrare.

Presidente Emerito dell'Associazione per la Scienza e le Produzioni Animali, Professore Ordinario di Etica e Sostenibilità degli Allevamenti presso il Dipartimento di Agraria dell’Università di Sassari e Presidente dell’Associazione Carni Sostenibili. Fra i migliori esperti globali in scienze animali, è incluso nel 2% di scienziati maggiormente citati al mondo.