Come i maiali vedono il mondo
In un interessante spunto di riflessione, il Professor Pulina si chiede come vedono il mondo i maiali. E perché dovremmo preoccuparcene.
«Se un leone potesse parlare, non potremmo capirlo» scriveva Ludwig Wittgenstein. Ma cosa accadrebbe se cercassimo di capire non un leone, ma un maiale? Quali strumenti abbiamo, oggi, per metterci nei panni — o meglio, nei sensi — di un animale così profondamente legato alla nostra storia alimentare, culturale ed economica, eppure così poco conosciuto nella sua soggettività?
È questa la domanda da cui muove la riflessione che propongo in un Paper dedicato. Perché interrogarsi su come un maiale percepisce il mondo non è un esercizio ozioso: è il punto di partenza per ridefinire il nostro orizzonte etico, scientifico e sociale nei confronti dell’allevamento animale. Non possiamo più fingere che il benessere animale sia una questione secondaria: la scienza ce lo sconsiglia, la filosofia ce lo contesta, la società ce lo chiede.
La percezione del mondo: due specie, due mappe
Cominciamo da ciò che possiamo osservare e misurare. Il maiale non vede come noi: il suo campo visivo è più ampio, ma meno nitido; i colori gli appaiono sbiaditi. Tuttavia, il deficit visivo è compensato da un olfatto estremamente sviluppato: il bulbo olfattivo di un maiale rappresenta circa il 7% del suo cervello, contro lo 0,01% del nostro. Anche l’udito gioca un ruolo centrale nella sua esplorazione dell’ambiente.
Il maiale vive immerso in un mondo chimico e acustico. Dove noi “guardiamo” un paesaggio, lui lo “annusa”. Dove noi costruiamo rappresentazioni simboliche, lui elabora mappe tattili, olfattive, sonore. I maiali interagiscono con il mondo in modo finalizzato, ma non hanno un linguaggio e non formulano concetti simbolici. Dire che provano “gioia” o “tristezza” come noi sarebbe una proiezione indebita. Questo significa che il nostro modo di pensare e di giudicare la realtà — anche quella dell’allevamento — rischia di essere irrimediabilmente antropocentrico.
Spesso si commette un errore metodologico: si prende come riferimento il comportamento del cinghiale per valutare quello del maiale domestico. Ma il maiale di oggi è una creazione dell’uomo: il risultato di millenni di selezione genetica che hanno agito non solo sul corpo, ma anche sulla mente.
I geni che modulano l’aggressività, la socievolezza, la tolleranza allo stress sono stati selezionati per rendere il maiale adatto a un contesto artificiale e collettivo. Il suo microbioma intestinale, anch’esso trasformato dall’ambiente domestico, assomiglia ormai sempre più a quello umano. Il maiale è, a tutti gli effetti, un “artefatto umano”: modellato, fuori e dentro, per vivere con noi — o, meglio, per essere allevato da noi.
La questione della coscienza: cosa significa “senzienti”?
Nel linguaggio comune e giuridico, il termine “senzienza” è ormai largamente impiegato per indicare la capacità degli animali di provare emozioni, dolore, piacere, paura. Tuttavia, dal punto di vista scientifico, si tratta di un concetto ambiguo, privo di una definizione operativa univoca e spesso carico di proiezioni antropomorfiche. Sebbene la letteratura riconosca che i maiali reagiscono agli stimoli, apprendono, ricordano e adottano comportamenti adattivi, parlare di “emozioni” nel senso umano del termine è metodologicamente scorretto.
In effetti, non disponiamo di strumenti oggettivi per misurare stati affettivi coscienti negli animali: i comportamenti osservabili sono solo indicatori indiretti, e le basi neurobiologiche della coscienza affettiva restano oggetto di dibattito. I maiali, ad esempio, non superano il test dello specchio e non possiedono competenze simboliche: ciò suggerisce che siano coscienti, ma non autocoscienti. È dunque più corretto definirli agenti coscienti ma non consapevoli di sé, capaci di rispondere all’ambiente in modo finalizzato ma non di riflettere sui propri stati mentali.
Per queste ragioni, un uso critico del concetto di “senzienza” è auspicabile nella ricerca scientifica, dove occorrono termini più precisi e basati su evidenze misurabili. Parlare di “senzienza animale” in senso stretto rischia infatti di oscurare le profonde differenze cognitive tra le specie e di compromettere l’oggettività dei criteri con cui valutiamo il loro benessere.
I “diritti” degli animali
I maiali hanno dei diritti?No, e non per cinismo, ma per coerenza logica. I diritti, nella loro formulazione classica, implicano la capacità di reciprocità: chi ha diritti, ha anche doveri. Gli animali non possono firmare un contratto sociale, né assumere obblighi morali. Per questo motivo, non sono titolari di diritti in senso stretto.
Ma, come osservava Hannah Arendt, i doveri possono esistere anche in assenza di diritti. L’uomo, in quanto essere morale, ha il dovere di trattare gli animali con umanità. Questo dovere non deriva da ciò che gli animali “rivendicano”, ma da ciò che noi siamo in grado di riconoscere e assumere.
La zootecnia moderna deve allora porsi un obiettivo realistico e insieme ambizioso: garantire agli animali non solo l’assenza di sofferenza (welfare negativo), ma anche, dove possibile, la presenza di esperienze positive (welfare positivo). Questo non significa umanizzarli, ma offrire loro la possibilità di esprimere comportamenti specie-specifici, di vivere in ambienti stimolanti, di interagire con i propri simili in modo significativo.
Si tratta di costruire un nuovo paradigma: non quello dei diritti animali, ma quello della responsabilità umana. Non perché i maiali siano uguali a noi, ma proprio perché sono diversi — e dipendono interamente dalle nostre scelte.
Riflettere su come i maiali vedono il mondo è, in fondo, un modo per riflettere su come noi vediamo noi stessi. La zootecnia non è solo tecnica: è anche etica, cultura, visione del futuro. I maiali sono creature che abbiamo forgiato per i nostri scopi. Ma questo non ci libera da obblighi: ce ne impone di nuovi, più consapevoli e più esigenti.
Dobbiamo assicurarci che il trattamento che riserviamo loro sia degno non solo della loro natura, ma anche della nostra.