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Carnevale in tavola, fra tradizione e cucina antispreco

Il Carnevale in Italia, celebrato a febbraio, nasce come ultimo grande banchetto prima della Quaresima, unendo festa, tradizione e abbondanza a tavola.

Con l’arrivo di febbraio, l’Italia intera si prepara a celebrare il Carnevale, una festa che va ben oltre le maschere e i carri allegorici per essere anche un vero e proprio trionfo della tavola. L’origine del nome, dal latino “carnem levare”  letteralmente “togliere la carne”, è un chiaro riferimento all’imminente digiuno imposto dal periodo della Quaresima. Proprio per questo, la ricorrenza si è trasformata storicamente nell’occasione per un ultimo, grandioso banchetto prima del lungo periodo di rinunce.

Non a caso, anche i giorni principali della festa sono definiti “grassi”, con il Martedì Grasso a chiudere le danze. In un’epoca passata in cui i ritmi erano dettati dal calendario liturgico e dalle stagioni, l’addio alla carne doveva essere celebrato consumandone in quantità, onorando la materia prima più preziosa della dispensa contadina. Ancora oggi, nonostante i cambiamenti sociali, questa voglia di celebrazione culinaria resta intatta: secondo le stime della Coldiretti, in Italia nel 2025 si sarebbero spesi quasi 220 milioni di euro tra frappe, chiacchiere, struffoli, arancini, tortelli e le tantissime specialità della tradizione regionale: un dato che conferma come il legame tra la festa e la tavola sia ancora fortissimo e radicato nell’identità culturale del Paese.


Il rito della macellazione e la cucina del “non si butta via niente”

Il legame indissolubile tra il Carnevale e la carne non è solo religioso, ma anche agricolo. L’inverno era, ed è tuttora nelle zone rurali, il tempo della macellazione del maiale. Questo evento garantiva una riserva di proteine e grassi essenziale per la sopravvivenza delle famiglie, ma imponeva anche una gestione immediata di ciò che non poteva essere conservato. Se prosciutti e salami venivano messi a stagionare, c’erano parti che andavano consumate fresche o cucinate subito: il sangue, le frattaglie, le cotiche e il grasso. La necessità di smaltire rapidamente queste parti trasformava la macellazione in un rito collettivo: le famiglie si riunivano, vicini e parenti collaboravano al lavoro e partecipavano ai banchetti che ne seguivano. È qui che emerge il concetto di sostenibilità ante-litteram: la “festa dell’abbondanza” era infatti anche un uso razionale delle risorse, in cui l’apparente eccesso a tavola serviva a onorare la regola della società contadina secondo cui, per rispetto della natura e della fatica, nulla doveva andare sprecato.

Dalla cultura antispreco sono quindi nati alcuni piatti regionali tipici del Carnevale: ricette ricche dove la carne è protagonista assoluta. Scopriamone alcune.


La lasagna napoletana, la regina del Martedì Grasso

Spostandoci lungo lo stivale per scoprire i piatti simbolo del carnevale, a Napoli troviamo la regina indiscussa del Martedì Grasso: la Lasagna di Carnevale. Molto diversa dalla “sorella” emiliana, questa pietanza è un monumento all’abbondanza. Tra le sfoglie di pasta non troviamo una semplice besciamella, ma un ripieno ricchissimo: polpettine fritte, salsiccia sbriciolata, costine di maiale (spesso usate per insaporire il ragù che cuoce per ore), uova sode e ricotta. In epoca risorgimentale i napoletani trasformarono questo piatto in un simbolo di prosperità, un piatto unico che doveva sostenere il corpo prima del digiuno. Tuttavia, la sua straordinaria bontà ha ormai superato i confini del periodo carnevalesco: oggi questa lasagna non è più relegata solo a questa ricorrenza, ma è diventata il piatto della festa, servita tutto l’anno nelle domeniche in famiglia e nelle grandi occasioni.


La sostanza del Nord: i fagioli grassi piemontesi

Risalendo verso il Nord, in Piemonte, la tradizione si fa altrettanto sostanziosa con i fagioli grassi (o Faseuj Grass). Questo piatto, tipico del Canavese e cuore pulsante dello Storico Carnevale di Ivrea, è l’emblema della cucina povera che diventa ricca per l’occasione. Durante questa celebrazione (famosa per la battaglia delle arance), la distribuzione dei fagioli grassi è un rito fondamentale: le “Fagiolate” sono organizzate nei vari rioni della città e servono a sfamare migliaia di persone. I fagioli vengono cotti per ore nelle tofeja, i tradizionali recipienti di terracotta, insieme alle parti meno nobili, ma più saporite del maiale: cotiche, zampini, salamini e lardo. Anche qui, la logica è quella del recupero totale dell’animale: tagli che oggi vengono talvolta trascurati erano considerati essenziali per dare energia e calore durante i freddi giorni di febbraio, trasformando ingredienti umili in una prelibatezza che riuniva e riunisce ancora la comunità.


Dalle Marche i ravioli di gallina incaciati

Arrivando nel Centro Italia, nelle Marche e in particolare nella provincia di Ascoli Piceno, il Carnevale porta in tavola un esempio magistrale di cucina di recupero ancora oggi molto amato: i ravioli di gallina. Sebbene il raviolo sia diffuso in tutta Italia, la versione marchigiana del periodo carnevalesco mantiene intatta una genesi legata all’economia domestica rurale. La consuetudine, infatti, prevede l’utilizzo delle galline più vecchie per farne un brodo sostanzioso, adatto a combattere il freddo. La carne lessata, che potrebbe risultare poco appetibile da mangiare da sola, non viene sprecata ma macinata finemente e unita a parmigiano, uova, noce moscata e scorza di limone, si trasforma nel ripieno saporito di grandi ravioli. Questi vengono poi conditi con un ricco ragù di carne misto, oppure serviti “incaciati”, ovvero in bianco con abbondante pecorino e, spesso, una spolverata di cannella.


La tradizione contadina toscana: il migliaccio di Pitigliano

Spostandoci in Toscana, e specificamente nella zona della Maremma grossetana, troviamo un altro esempio perfetto di cucina di recupero carnevalesca: il migliaccio di Pitigliano. Questa pietanza non va confusa con il dolce napoletano omonimo a base di semolino, ma è una sorta di crêpe o focaccia sottile, rustica e saporita. La pastella, anticamente a base di farina di miglio (da cui il nome) e oggi di grano, viene arricchita con i ciccioli (o friccioli) di maiale. Queste piccole pepite croccanti di grasso e carne residua dalla fusione dello strutto vengono incorporate nell’impasto insieme a uova e formaggio pecorino. Cotto in padella fino a diventare dorato, il migliaccio rappresenta un piatto semplice nell’aspetto, ma estremamente calorico e gustoso.


Dolci fritti e tradizioni contadine: il trionfo dello strutto

Infine, non si può parlare di Carnevale senza citare la pasticceria; anche qui gli ingredienti di origine animale giocano ancora una volta un ruolo da protagonisti insostituibili. Se oggi associamo i dolci allo zucchero, in passato la loro ricchezza derivava dalle uova, dalla ricotta di pecora, dal miele e dallo strutto per la frittura. Quest’ultimo, in particolare, era il re invisibile della cucina di Carnevale; prima dell’avvento generalizzato degli oli vegetali, infatti , il grasso di maiale era il mezzo di cottura per eccellenza, capace di garantire fritture asciutte e croccanti e di donare una friabilità ineguagliabile agli impasti.

Le chiacchiere, friabili e leggere, devono la loro consistenza classica e le caratteristiche bolle proprio alla frittura nello strutto bollente, così come la cicerchiata del centro Italia, le cui palline di pasta fritta sono legate dal miele. Ma il dolce che più di tutti incarna la filosofia rurale era il sanguinaccio. Originariamente preparato raccogliendo il sangue del maiale durante la macellazione e mescolandolo con cioccolato, latte e spezie, era una crema dolce e nutriente. Sebbene oggi, per motivi igienico-sanitari, la vendita del sangue fresco al pubblico sia vietata e il dolce si trovi spesso nella sua versione con solo cioccolato fondente, la sua storia ci ricorda un’Italia che onorava l’animale utilizzandone ogni risorsa.

Letizia Palmisano è una giornalista freelance specializzata su temi ambientali e sui new media, quali i social network. La sua attività professionale spazia dal giornalismo alla consulenza nel mondo della comunicazione 2.0. Co-ideatrice del premio Top Green Influencer. È co-fondatrice della FIMA e fa parte del comitato organizzatore del Festival del Giornalismo Ambientale. Nel comitato promotore del Green Drop Award, premio collaterale alla Mostra del Cinema di Venezia. Nel 2018 ha vinto il prestigioso Macchianera Internet Awards per l'impegno nella divulgazione dei temi legati all'economia circolare. Il suo blog è www.letiziapalmisano.it