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Biometano e reflui zootecnici: una leva per indipendenza energetica e decarbonizzazione

Il biometano prodotto dai reflui zootecnici tramite digestione anaerobica trasforma i rifiuti agricoli in energia rinnovabile e in fertilizzanti naturali, contribuendo alla sostenibilità e all’economia circolare.

Il biometano ottenuto dai reflui zootecnici può giocare un ruolo decisivo nella decarbonizzazione dei settori industriali più difficili da elettrificare e, allo stesso tempo, contribuire a ridurre la dipendenza energetica dell’Italia dalle importazioni di gas. Una risorsa strategica, prodotta a partire da materiali di scarto degli allevamenti, capace di trasformare un problema di gestione in una leva per la transizione energetica e per la competitività del sistema produttivo nazionale.


Il biometano potrebbe soddisfare fino a un quarto del fabbisogno di gas degli “hard to abate”

Secondo le stime del CIB – Consorzio Italiano Biogas, infatti, il biometano potrebbe arrivare a coprire fino al 30% dei consumi nazionali di gas naturale entro il 2040, contribuendo in modo significativo alla sicurezza energetica del Paese e alla stabilità dei costi per le imprese.

Inoltre, secondo un’analisi del think tank TEHA Group presentata nel mese di aprile, il biometano emerge come una soluzione concreta non solo sotto il profilo climatico, ma anche in chiave industriale. Qualora venissero raggiunti gli obiettivi del Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima (PNIEC),strumento strategico con cui l’Italia definisce le politiche per raggiungere gli obiettivi 2030 su decarbonizzazione, rinnovabili ed efficienza energetica in linea con le direttive UE, la produzione nazionale potrebbe soddisfare tra il 20% e il 25% del fabbisogno di gas di molti comparti industriali.

A partire dai cosiddetti settori hard-to-abate (difficili da decarbonizzare), ossia quelli ad alta intensità energetica, responsabili di circa il 30% delle emissioni globali di CO2, che faticano a ridurre le emissioni a causa di processi produttivi basati su combustibili fossili e alte temperature Ciò contribuirebbe sia a ridurre la dipendenza energetica dall’estero sia a limitare l’esposizione delle imprese alle fluttuazioni dei mercati energetici.


Che cos’è il biometano da reflui zootecnici

Alla base di questa filiera c’è la valorizzazione dei reflui zootecnici attraverso la digestione anaerobica, un processo biologico naturale in cui i microrganismi decompongono le sostanze organiche in assenza di ossigeno. Da questo processo si ottiene biogas che, attraverso una successiva fase di upgrading e purificazione, viene trasformato in biometano, un gas con caratteristiche molto simili a quelle del metano fossile e quindi pronto per essere immesso nella rete nazionale o utilizzato come carburante.

È così che reflui, deiezioni, acque di lavaggio e sottoprodotti agricoli passano da rifiuti da smaltire a risorse energetiche strategiche. Il processo genera inoltre ulteriori sottoprodotti valorizzabili. Dalla digestione anaerobica si ottiene infatti il digestato, impiegato come ammendante agricolo capace di restituire sostanza organica ai terreni, migliorandone la fertilità e riducendo il ricorso ai fertilizzanti chimici. Durante la fase di upgrading viene invece separata CO2 biogenica, anch’essa recuperabile per diversi utilizzi industriali.


Il ruolo nella circolarità delle aziende zootecniche

La produzione di biometano da reflui zootecnici rappresenta uno degli esempi più concreti di economia circolare applicata all’agricoltura. Gli allevamenti non sono più soltanto luoghi di produzione alimentare, ma diventano anche produttori di energia rinnovabile e una garanzia per la fertilità per i suoli, in un modello che integra sostenibilità ambientale, efficienza produttiva e autonomia energetica.

I numeri raccontano un potenziale rilevante. Secondo lo studio di LegambienteBiometano: una risorsa strategica per la transizione ecologica dell’Italia, basato su dati ISTAT, ISPRA, CRPA, Istituto Zooprofilattico delle Venezie ed ENEA, la produzione nazionale potrebbe raggiungere 10,2 miliardi di metri cubi di biogas, equivalenti a circa 5,7 miliardi di metri cubi di biometano. A trainare questa filiera sono proprio gli effluenti zootecnici, che rappresentano il 75% del potenziale complessivo. Seguono gli scarti delle colture erbacee (20%), quelli derivanti della trasformazione industriale di materie prime vegetali (5%) e, in quota minore, i sottoprodotti della macellazione (1%).

Giorgia Burzachechi è giornalista scientifica. Collabora con diverse testate, come QualEnergia, L’Ecofuturo Magazine e GreenMe. È direttrice della testata e del premio Giornalisti Nell’Erba, ideato da Paola Bolaffio, un progetto dedicato ai giovani tra i 3 e i 29 anni per la creazione di coscienze critiche in ambito ambientale. È anche responsabile della comunicazione per diversi progetti europei, per i quali cura la dissemination e l’outreach. In particolare, ha seguito numerose edizioni della Notte Europea dei Ricercatori e delle Ricercatrici di Frascati Scienza e del progetto HERVCOV, una ricerca che coinvolge cinque diversi paesi europei.