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Oltre la “Carbon Tunnel Vision”: il dibattito su carne e sostenibilità merita di più

Ridurre i consumi di carne non risolverà il problema climatico. È quanto emerge da una nuova revisione che invita a uscire da una visione ristretta e ideologica: la “Carbon Tunnel Vision”.

Gli allevamenti vengono troppo spesso indicati come i principali responsabili delle emissioni climalteranti, con la riduzione dei consumi di carne e dei cibi animali proposta come soluzione primaria per risolvere la crisi ambientale. In realtà, la questione è molto più complessa e merita di essere affrontata senza semplificazioni. Lo ribadisce una nuova review pubblicata su Food Science of Animal Resources che invita ad approfondire questi temi su base scientifica. Gli autori, tra cui il Professor Frédéric Leroy, criticano quella che definiscono la “Carbon Tunnel Vision”, una visione che riduce la sostenibilità alimentare alle sole emissioni di gas serra, trascurando altri aspetti rilevanti.


Il peso reale dell’allevamento sulle emissioni globali

Uno dei punti centrali dell’articolo riguarda il divario tra percezione pubblica e dati reali. Spesso l’impatto della zootecnia viene enormemente amplificato: alcune campagne sostengono che gli allevamenti producano oltre il 50% delle emissioni globali, mentre le stime più recenti attribuiscono all’intero settore circa il 12% delle emissioni antropiche.

Gli allevamenti dell’Occidente inciderebbero solo per il 2,6% del totale globale, e quelli dell’Unione europea appena per l’1%. Gli autori evidenziano inoltre le grandi differenze tra sistemi produttivi: la carne bovina prodotta in Europa o Nord America ha emissioni molto inferiori rispetto a quelle di sistemi meno efficienti di alcune aree dell’Africa subsahariana o dell’Asia meridionale. Per questo parlare genericamente di “carne” o “allevamento” è scientificamente scorretto.


Ridurre la carne non abbassa l’impronta carbonica personale

Il documento evidenzia che, nei Paesi occidentali,ridurre il consumo di carne abbassa in media l’impronta carbonica individuale solo dell’1–6%, mentre una dieta totalmente vegana negli Stati Uniti ridurrebbe le emissioni nazionali di meno del 3%. La maggior parte delle emissioni personali deriva infatti da trasporti, abitazioni ed energia, non dall’alimentazione.

Gli autori ricordano inoltre che le sostituzioni alimentari non sono neutre e possono comportare maggior uso di fertilizzanti o cambi d’uso del suolo. Azioni come rinunciare all’auto o evitare un volo intercontinentale hanno un impatto climatico molto maggiore dell’eliminazione della carne. Per questo politiche climatiche basate quasi solo sulla dieta rischiano di essere poco efficaci senza interventi su energia e trasporti.


Le proteine “alternative” non sono migliori

La review evidenzia che molte valutazioni ambientali degli alimenti considerano solo calorie o proteine, trascurando biodisponibilità e qualità nutrizionale. Gli alimenti animali forniscono nutrienti essenziali altamente biodisponibili, mentre diete molto restrittive possono aumentare il rischio di carenze, soprattutto nei gruppi più vulnerabili. Inoltre, molte alternative vegetali industriali sono alimenti ultra-processati, con profili nutrizionali inferiori.

Anche le cosiddette “alternative proteins”, come burger vegetali, mock meat e carne artificiale coltivata in laboratorio (nota anche come carne sintetica), non sarebbero automaticamente sostenibili: richiedono infatti processi industriali complessi ed energivori, con impatti ambientali spesso sottovalutati.


La carne coltivata può impattare più degli allevamenti

La review è particolarmente critica verso la carne coltivata in laboratorio. Alcuni modelli mostrano che, se prodotta con sistemi energetici non completamente decarbonizzati, potrebbe avere emissioni comparabili o persino superiori a quelle di alcune produzioni zootecniche convenzionali. Le stime riportate parlano di circa 3–25 kg CO₂e/kg, valori spesso sovrapposti a quelli di pollame e suini.

Uno studio citato suggerisce inoltre che, considerando tutti i processi industriali necessari alla produzione su larga scala, la carne artificiale potrebbe arrivare a emettere da 4 a 25 volte più della carne bovina convenzionale.


Il ruolo dei pascoli e il sequestro del carbonio

Molte analisi ambientali si concentrano sulle emissioni degli animali, trascurando il ruolo dei pascoli nel sequestro del carbonio. I pascoli coprono quasi il 50% della superficie terrestre e custodiscono circa il 10–30% del carbonio organico dei suoli globali.

Alcuni studi citati nella review evidenziano che sistemi di pascolo ben gestiti, come quelli rotazionali e rigenerativi, possono sequestrare mediamente circa 0,1–0,6 tonnellate di carbonio per ettaro all’anno, arrivando a 2–3 tonnellate nei sistemi adattivi e fino a 8 tonnellate nel recupero di terreni degradati. Alcune pratiche rigenerative possono inoltre aumentare la capacità di carico animale del 30–50%.


Il metano delle vacche non è uguale alla CO₂ delle auto

Il metano dei ruminanti si comporta diversamente dalla CO₂ fossile: non si accumula per secoli nell’atmosfera e ha una permanenza molto più breve. Per questo la review cita metriche alternative come il GWP*, sostenendo che il tradizionale GWP100 tenda a sovrastimare l’impatto degli allevamenti.

Secondo gli autori, una riduzione annua dello 0,3% delle emissioni di metano potrebbe stabilizzare il contributo climatico della zootecnia. Alcuni studi mostrano inoltre che, considerando il GWP* e il sequestro di carbonio dei pascoli, alcune produzioni ovine in Australia e Nuova Zelanda risultano vicine alla neutralità climatica o persino con impronta negativa, assorbendo più gas serra di quanti ne emettano. Cosa che, come ben sappiamo, riguarda anche la zootecnia italiana.


Gli autori sostengono insomma che la sostenibilità alimentare non può essere affrontata con misure drastiche contro la zootecnia, rischiando di aumentare le emissioni attraverso il “carbon leakage”. Al contrario, serve un approccio pragmatico basato su efficienza produttiva, innovazione tecnologica, integrazione agroecologica e riduzione degli sprechi.

Il Progetto “Carni Sostenibili” vuole individuare gli argomenti chiave, lo stato delle conoscenze e le più recenti tendenze e orientamenti tecnico scientifici, con l’intento di mostrare che la produzione e il consumo di carne possono essere sostenibili, sia per la salute che per l’ambiente.