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Cercare un senso della vita a ogni costo: il teorema del pollo per gonzi

Riportiamo una breve riflessione del Professor Giuseppe Pulina sul dibattito generato online ultimamente dall’articolo del professor Nick Zangwill, “Se tieni agli animali, mangiali”.

Ci sono persone che sanno di non sapere, e sono i saggi; ce ne sono altre che sanno di sapere, e sono gli studiosi; altre ancora non sanno di sapere, e sono gli ingenui; infine, c’è un nutrito gruppo che non sa di non sapere, e questi sono i cretini. A questa ultima categoria appartengono coloro che, prendendosi allegramente beffa delle altre tre, soprattutto della seconda, pontificano sull’intelligenza altrui senza accorgersi che è proprio questo il terreno su cui si misura la propria.

Un esempio preclaro lo si ha dalla lettura dell’articolo apparso su uno dei blog del Corriere della Sera in cui si prende in giro l’articolo dal titolo “Why you should eat meat. Not eating animals is wrong. If you care about animals, then the right thing to do is breed them, kill them and eat them”, scritto da Nick Zangwill, professor of philosophy and honorary research fellow at University College London, che ha anche pubblicato libri su Aesthetic Creation (2007) e su Music and Aesthetic Reality (2015).

Il ragionamento dello studioso, che in quanto tale appartiene alla seconda delle categorie citate, ma in quanto filosofo anche alla prima, è rigoroso e, malgrado non sia piacevole, si basa da un lato sulla dottrina utilitaristica secondo cui ogni vita ha senso se vale la pena di essere vissuta, e dall’altro sulla negazione del senso finalistico (teleologico) della vita.

Un articolo del prof. #NickZangwill 'Se tieni agli #animali, mangiali' ha fatto scalpore. Le riflessioni del prof. #GiuseppePulina vanno nella stessa direzione. Condividi il Tweet

Queste due posizioni, apparentemente contrastanti, sono composte dallo studioso il quale afferma che essendo gli animali da allevamento (e anche quelli da compagnia, per altro verso) privi di coscienza del sé, l’unico bene che loro possiedono è l’esistere; ma se noi non decidessimo di mangiarli, loro non avrebbero neanche questo unico bene, per cui mangiarli e farli esistere è un bene per loro. Il che, letto sotto il profilo strettamente evoluzionistico non fa una grinza: il successo di poche specie (quelle che si sono dimostrate adatte alla nostra domesticazione) sulle altre è l’unica finalità (se ne esiste una) della vita.

Il loro successo evolutivo è anche il nostro: dopo aver sterminato la macrofauna del pliocene (il che la dice lunga sul carnivorismo di H. sapiens), la nostra specie si è trovata in tali ristrettezze che ha dovuto “inventarsi” la domesticazione di animali, prima, e piante dopo. Non solo il consumo di carne, cioè l’uccisione degli animali, ha consentito a noi e a loro di sopravvivere, ma anche di diventare le specie dominanti (culturalmente e biologicamente) sul pianeta.

La risposta non si è fatta attendere: “No, We Don’t Owe It To The Animals to Eat Them” scritta da Adrian Kreutz del New College, University of Oxford, il cui argomento principe è l’elencazione di una serie di casi marginali da cui deriverebbe che se è lecito far nascere un animale per ucciderlo, lo è anche far nascere un figlio per ucciderlo. Contro questo tipo di argomentazioni esiste una sterminata letteratura, resa attuale dalle istanze antispeciste e animaliste che, appiattendo tutte le differenze fra gli esseri viventi, negano alcun posto privilegiato all’H. sapiens e alle sue azioni.

Vanno rispettate tutte le vite, ma dal punto di vista evoluzionistico il consumo di #carne ci ha consentito di sopravvivere. Condividi il Tweet

Per chi fosse interessato al dibattito, suggerisco il libro “The end of animal life: a start for ethical debate” (Wageningen Academic Publishers).  Per coloro che si avvicinano a questo argomenti armati della cultura e del buon senso, da praticarsi anche alla luce del recente riconoscimento del rispetto degli animali nella nostra Costituzione, indico una risposta operativa, magari semplice, sicuramente non banale: rispettiamo tutte le vite (da quelle dei nostri simili ai ratti delle fogne; dai nostri pet alla zanzara), senza però mai perdere di vista, magari con circonvoluti sofismi o con argomenti privi di qualsiasi fondamento, ciò che per la comunità umana è utile e ciò che è dannoso.

Fonte: Ruminantia

 

 

 

Presidente Emerito dell'Associazione per la Scienza e le Produzioni Animali, professore Ordinario di Zootecnica Speciale presso il Dipartimento di Agraria dell’Università di Sassari e Presidente dell’Associazione Carni Sostenibili.