TOP
antibiotici allevamenti

La salute umana si difende nelle stalle

Rallentano i fenomeni di antibiotico resistenza riscontrati in alcuni microrganismi. Un risultato raggiunto anche grazie all’impegno per un uso mirato e responsabile del farmaco veterinario.

Hanno raccolto ogni giorno lavorativo campioni da analizzare, e li hanno portati in laboratorio per cercare residui di sostanze indesiderate di ogni genere, dai farmaci ai contaminanti ambientali. Nel mirino della ricerca tutti gli animali che producono alimenti per l’uomo: al primo posto i suini (testati 347mila campioni), poi i bovini (115mila campioni) e gli avicoli (65mila campioni). E poi ovini, pesci, uova, cavalli e ogni altro animale di interesse zootecnico. Un lavoro ciclopico che ha coinvolto 29 Paesi, ossia quelli dell’Unione europea più Islanda e Norvegia. Il risultato: appena un migliaio di campioni con residui oltre la norma su un totale di 600mila. In media lo 0,18%. È quanto emerge dal rapporto di Efsa, l’ente europeo per la sicurezza alimentare, pubblicato a fine febbraio 2024.

Questa “caccia” al residuo ha preso di mira tutto, dalle sostanze vietate, come anabolizzanti (ormoni), ai residui di antimicrobici (antibiotici in particolare), sino ai contaminanti ambientali, ad esempio le micotossine che possono residuare da alimenti per il bestiame non ben conservati o le tracce di agrofarmaci usati impropriamente. Curioso allora notare che sono soprattutto i contaminanti ambientali quelli riscontrati con maggiore frequenza (0,89%), mentre residui di farmaci veterinari si trovano raramente (0,13%). Per questi ultimi va inoltre notato che non si tratta di un uso illecito, ma più banalmente del mancato rispetto dei “tempi di sospensione”, ovvero del lasso di tempo fra l’ultima somministrazione del farmaco e la fine della carriera produttiva dell’animale. Confortante il dato sulle sostanze vietate, appena lo 0,1%. In nessun campione sì è trovata traccia di stilbenici (ormoni della crescita).

Questi i “numeri” per la zootecnia europea. E in Italia? Assai meglio che in altri Paesi europei. Nei bovini l’unico caso di riscontro di un ormone (estradiolo) potrebbe trovare spiegazione nella presenza di una bovina in fase estrale, piuttosto che in un comportamento illecito. Sulle dita di una mano i residui di antimicrobici. Situazione analoga per i suini, dove sono poi del tutto assenti sostanze ad azione ormonale. Eccellente la situazione per le uova, dove non si è evidenziata alcuna irregolarità. Bene anche i polli, dove l’unico caso segnalato fa riferimento a una contaminazione ambientale.

Dunque un ottimo risultato per la zootecnia europea ed eccellente nel caso dell’Italia, dove i residui di antimicrobici sono praticamente assenti. Una diretta conseguenza del progressivo calo nell’impiego di tali sostanze negli animali. Un processo iniziato da tempo, nella scia della strategia One Health (salute circolare, si potrebbe tradurre) che tiene conto dell’interconnessione fra uomo, animali e ambiente sotto il profilo sanitario.

Dal 2014 al 2021 il consumo di #antibiotici in #zootecnia è calato del 40%. Diminuita anche la frequenza dei fenomeni di #AntibioticoResistenza. Condividi il Tweet

Dal 2014 al 2021 il consumo di antibiotici in zootecnia è calato del 40%, come conferma lo studio pubblicato di recente a firma di ECDC (centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie), EFSA (ente europeo per la sicurezza alimentare) ed EMA (agenzia europea per i medicinali). Una riduzione che si è accentuata negli ultimi anni per contrastare i fenomeni di antibiotico resistenza sempre più frequenti. Salmonella, Campylobacter e Coli sono alcuni dei microrganismi verso i quali gli antibiotici stanno progressivamente perdendo efficacia. Il rischio per l’uomo, ma anche per gli animali, è elevatissimo. L’Organizzazione Mondiale della Salute valuta che ogni anno si contino nel mondo quasi 5 milioni di decessi dovuti alla progressiva inefficacia degli antibiotici. Numeri destinati a raddoppiarsi di qui al 2050 se non si interviene.

Contrastare questo fenomeno richiede uno sforzo collettivo che coinvolge tutte le branche della medicina, quella dell’uomo e quella degli animali. In campo animale i risultati sono visibili. Un po’ meno in campo umano, dove il ricorso improprio agli antibiotici è ancora troppo frequente, come denunciato da AIFA, l’autorità italiana per il farmaco. In campo veterinario, oltre a un impiego ridotto e mirato, si è scelto di limitare l’elenco delle molecole utilizzabili. Così si è rinunciato ad alcune di queste, pur molto efficaci, per riservarne l’impiego nell’uomo.

Grazie al responsabile impegno del mondo zootecnico, è diminuita la frequenza con la quale si riscontrano fenomeni di antibiotico resistenza. La conferma arriva dal rapporto firmato dalle autorità sanitarie europee (EFSA e ECDC), che evidenzia come negli animali sia diminuita la presenza di batteri resistenti agli antibiotici. È il caso dell’Escherichia coli, un microrganismo di comune riscontro, per il quale si ha una diminuzione di ceppi resistenti.

I risultati sin qui raggiunti in campo zootecnico vanno tuttavia sostenuti e accompagnati da un impegno altrettanto forte in medicina umana, promuovendo un più attento uso degli antibiotici. Al contempo, va spronata la ricerca di nuove molecole ad attività antimicrobica. Un’attività che richiede forti investimenti e soprattutto tempo. Più tempo è quello ottenuto grazie a un impiego intelligente del farmaco veterinario, che sta frenando l’evoluzione dei batteri verso la resistenza agli antibiotici. Un risultato che non va disperso riducendo l’impegno in altri settori.

Giornalista professionista, laureato in medicina veterinaria, già direttore responsabile di riviste dedicate alla zootecnia e redattore capo di periodici del settore agricolo, ha ricoperto incarichi di coordinamento in imprese editoriali. Autore di libri sull'allevamento degli animali, è impegnato nella divulgazione di temi tecnici, politici ed economici di interesse per il settore zootecnico.