Biosicurezza, una responsabilità di tutti a tutela degli animali
La biosicurezza è quell’insieme di procedure che tutela gli animali e non permette l’entrata di agenti patogeni, quali possono essere virus, batteri o parassiti.
- La biosicurezza tutela concretamente la salute degli animali e dei consumatori.
- È una responsabilità condivisa tra allevatori, operatori, visitatori e consumatori.
- Prevenire l’ingresso dei patogeni resta la prima difesa contro le emergenze sanitarie.
La dottoressa Eliana Schiavon, Direttore del Servizio Sanità Animale ULSS2 Marca trevigiana, spiega che, quando si evita che chiunque possa entrare in una stalla, non si tratta di cancelli chiusi, ma di procedure da seguire. Tutti siamo tenuti a mantenere alti gli standard di biosicurezza che vengono fatti rispettare dall’allevatore, a tutelare gli animali e a garantire prodotti salutari.
Quando sentiamo la parola “biosicurezza” immaginiamo cancelli chiusi e divieti. Ma di cosa si tratta in realtà?
La biosicurezza è un sistema di azioni, di protocolli e di procedure che un allevatore deve mettere in opera per mantenere distante dal suo allevamento la possibilità che entrino virus, batteri, parassiti o altri patogeni. Il cancello, in realtà, fa parte di una serie di buone pratiche che l’allevatore deve mettere in atto per evitare che la patologia entri nel proprio allevamento e faccia danni sanitari.
Potrebbe anche non esistere il cancello. Se abbiamo un sistema di azioni che tenga fuori la possibilità che un patogeno entri.
Perché è importante? Riguarda solo gli allevatori o anche i consumatori?
Chiunque, persona o animale, è vettore di patogeni. Se visitiamo un allevamento oggi, un allevamento domani e uno dopodomani, le nostre scarpe diventeranno veicolo di patogeni. Quindi, che sia un allevatore o una persona che cammina e che passeggia per la campagna, è la stessa identica cosa.
Bisogna trovare dei sistemi di contenimento per ridurre la possibilità che i patogeni entrino negli allevamenti.
Noi dobbiamo salvaguardare la salute degli animali. L’allevatore è parte del sistema ed è il responsabile della biosicurezza. Ma qualsiasi consumatore che voglia entrare all’interno di un allevamento per visitarlo è a sua volta responsabile di non portare dentro patogeni di qualsiasi genere. La biosicurezza è una responsabilità di tutti.
Una parte della popolazione usa il termine “allevamenti intensivi”, con un’accezione negativa. Dal punto di vista sanitario ha senso fare riferimento alla dimensione della struttura?
Quando si parla di biosicurezza, è assolutamente sbagliato. La biosicurezza la si fa in un allevamento di due animali, come la si fa in un allevamento di 2.000 capi bovini. Quindi è un sistema che deve essere presente ovunque.
Ovviamente, in un allevamento più grande le procedure sono più standardizzate e, molte volte, anche più efficaci rispetto a quelle di un allevamento piccolo.
Funziona al contrario: verrebbe da pensare che un allevamento piccolo sia più facile da gestire. Ma assolutamente no: la gestione di un allevamento piccolo è una gestione che non ha regole imposte, è un po’ dettata dalla passione, dalla volontà dell’allevatore di tenere gli animali, e non è detto che abbia maggiore biosicurezza.
Lo vedo molte volte nel lavoro che faccio: nell’allevamento amatoriale la biosicurezza spesso non la si conosce, oppure è difficile da applicare. Invece, in un allevamento di grandi dimensioni è tutto standardizzato, c’è una procedura pratica, una procedura scritta, flussi di animali e di mezzi ben definiti all’interno dell’allevamento.
L’opinione comune, viziata anche da cattive gestioni riferite agli anni passati, interpreta le recinzioni e le limitazioni alle visite come una volontà di nascondere qualcosa. Ma perché queste misure sono indispensabili?
Le misure di biosicurezza sono indispensabili per la salute dell’animale e non impediscono alle persone di andare a vedere cosa succede all’interno degli allevamenti.
Anzi, con i miei allevatori dico sempre: facciamo una giornata di porte aperte, non solo per le fattorie didattiche o per altre realtà piccole. Facciamolo anche nei nostri allevamenti, così riusciamo a far vedere al consumatore qual è effettivamente lo stato di benessere animale, quello degli animali i cui prodotti poi arrivano sulle nostre tavole.
È importante che si conosca cosa accade negli allevamenti; se la visita è ben gestita e organizzata, non compromette la biosicurezza.
Ovviamente i visitatori devono indossare dispositivi sanitari come calzari e tute. Come dicevo prima, sono soprattutto le nostre scarpe a poter entrare in contatto con patogeni e diventare vettori. Ma con le giuste protezioni, andare a vedere questi bellissimi allevamenti non può che portare alla consapevolezza: e cioè che sia l’allevatore sia il consumatore contribuiscono all’opera di biosicurezza. Un’opera che dobbiamo fare tutti insieme, a 360 gradi.
Con la biosicurezza si possono contenere anche le emergenze sanitarie veterinarie che colpiscono gli allevamenti italiani, come la PSA e l’influenza aviaria?
È l’unica arma che abbiamo contro l’influenza aviaria, la PSA e altri virus trasmessi attraverso vettori di origine meccanica, oppure semplicemente attraverso l’aria. Una biosicurezza efficace ci aiuta a lasciar fuori il patogeno dai nostri allevamenti, come dimostrano gli allevamenti suino e avicolo, che sono esempi virtuosi ma sui quali si può ancora migliorare.
Per ciò che concerne gli allevamenti bovini, ci troviamo su un percorso tutto da fare: finora non ce n’è stata necessità. Ma sulla base della casistica esistente per le altre specie, è una sfida che si può e si deve affrontare.