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Tre risposte su Covid-19 e allevamenti

  1. Il Covid-19 si propaga con le polveri sottili (il PM10)?
  2. Gli allevamenti, soprattutto gli intensivi, sono stati responsabili dell’aumento del PM10 nelle aree a maggiore diffusione del contagio Covid-19?
  3. Gli allevamenti, soprattutto gli intensivi, possono rappresentare un rischio per incubazione e trasmissione del Covid-19?

Risponde il Professor Pulina.

1 – Il Covid-19 si propaga con le polveri sottili (il PM10)?

Un recente, e per ora unico, studio condotto da ricercatori appartenenti alla Società Italiana di Medicina Ambientale  (non ancora pubblicato su rivista con referees), mette in correlazione l’alto numero di contagi verificatisi in alcune provincie dell’Italia del nord con lo sforamento delle soglie di attenzione del PM10. Pur autorevole per gli autori coinvolti (e anche prudente nelle conclusioni: “The rapid COVID-19 infection spread observed in selected regions of Northen Italy is supposed be related to PM10 pollution due to airborne particlesable to serve as carrier of pathogens”.), il lavoro non ha misurato direttamente la trasmissibilità di Covid-19 con il PM10 (lo assume in analogia con altri patogeni) e ha correlato i contagi con le emissioni. Ma una correlazione non è una “causa”.

Senza un nesso causale certo, entrambe i fenomeni osservati potrebbero dipendere dal fatto che alti tassi di PM10 e di contagi sono favoriti dalla densità della popolazione. In un’area affollata c’è più traffico, più riscaldamento e più attività economica (da cui dipendono i picchi di PM10), ma anche più elevata probabilità di contrarre una patologia ad altissima contagiosità interpersonale come il Covid-19.

2 – Gli allevamenti, soprattutto gli intensivi, sono stati responsabili dell’aumento del PM10 nelle aree a maggiore diffusione del contagio Covid-19?

Gli allevamenti, come le altre attività umane, producono particolato. Su scala nazionale l’ISPRA certifica che le emissioni di PM10 da allevamenti rappresentano il 12% del totale (quelle di PM2,5 solo il 3,2%). In una regione ad alta concentrazione di allevamenti intensivi, l’Emilia Romagna, Stortini e Buonafè (2017) dell’ARPA Emilia stimano il loro contributo annuale al particolato grosso pari al 18%, comprese le emissioni indirette da ammoniaca.

Secondo gli studi del prof. Alberto Atzori, l’emissione di ammonica allo stato gassoso nelle stalle bovine dipende principalmente dalla decomposizione dell’urea escreta con le urine degli animali. Questo fenomeno è ben noto (poiché l’ureasi è il primo enzima che è stato isolato e se ne consce molto bene l’azione). L’emissione di ammoniaca dalle deiezioni è ai minimi durante l’inverno (<10° C; poiché l’enzima non è attivo) ed è massima nei periodi estivi, nonché superiore nelle regioni del sud rispetto a quelle del Nord per le differenze climatiche.

Quindi le emissioni annuali sono dovute principalmente a emissione primaverile ed estiva e d’estate sono circa 3 volte superiori che in inverno. La volatilizzazione allo stoccaggio è bassa rispetto al totale (10%) ed è inibita dalle piogge, aspetto particolarmente importante quest’anno nel quale abbiamo registrato un inverno molto piovoso fino a fine dicembre.

Molti allevamenti si sono adeguati per prevenire questa volatilizzazione con copertura dei vasconi o con l’uso di biodigestori; in quelli che non hanno coperture artificiali spesso si forma una crosta naturale che limita comunque le emissioni di ammoniaca. La fase di emissione allo spandimento dovrebbe essere molto bassa (molto vicina a zero) se la pratica è eseguita secondo la norma con immediato interramento del refluo.

Infine, le deiezioni suine sono veicolate nella maggior parte degli allevamenti a mezzo liquido e con additivi acidificanti che riducono la volatilizzazione dei composti. Facendo i conti, nel periodo novembre 2019 febbraio 2020 (4 mesi) è stato emesso solo il 21% della ammonica che si produce in un anno in un allevamento (forse meno!).

Dunque, il contributo degli allevamenti al PM10, meno del 20% su base annua concentrato in estate; volatilizzazione da vasche e campi, praticamente nulla: gli allevamenti non hanno contribuito agli aumenti osservati di PM10 nei mesi coincidenti con la prima diffusione del Covid-19. I picchi invernali osservati nelle serie storiche delle emissioni PM10 di alcune provincie lombarde sono dovuti principalmente a riscaldamento (soprattutto a legna) e all’aumento di traffico veicolare di questo periodo.

Dall’inizio della pandemia Covid-19 in Italia e in tutti i paesi in lockdown si è registrato un netto miglioramento della qualità dell’aria con un significativo calo del biossido d’azoto. Tuttavia, a fine marzo 2020 in Pianura Padana si è registrato un transitorio aumento delle polveri sottili (in specie del PM2,5) e di questo sono stati accusati gli spandimenti incontrollati di liquami di provenienza zootecnica.

Un errore davvero grossolano, tenuto conto di quanto rilevato il 31 marzo dal “Sistema nazionale di protezione dell’ambiente” che ha evidenziato come l’anomala concentrazione di polveri sottili nelle regioni dell’est padano derivasse da una corrente di venti  che dal  Mar Caspio avevano trasportato da quelle regioni pulviscolo sabbioso su gran parte nelle aree del nord Italia: cessato il fenomeno meteorologico, le polveri sottili sono tornate al livelli dei giorni precedenti lo stesso che, si ribadisce, sono molto al di sotto di quelli normalmente registrati in questa parte dell’anno.

3 – Gli allevamenti, soprattutto gli intensivi, possono rappresentare un rischio per incubazione e trasmissione del Covid-19?

Non esiste nessuna evidenza scientifica che gli animali zootecnici possano rappresentare un pericolo per il contagio di Covid-19. Ricerche condotte dal Federal Research Institut for Animal Health della Repubblica Federale Tedesca, escludono che il virus possa svilupparsi in suini e polli, anche dopo la loro infezione sperimentale. Per contro, gli allevamenti, soprattutto quelli intensivi, sono un presidio di biosicurezza per animali e uomini in quanto tutte le precauzioni sono costantemente assunte per evitare che agenti infettivi esogeni possano compromettere la salute degli animali e possano trasmettersi all’uomo.

In conclusione.

  1. L’eccesso di PM10 può essere una delle cause di diffusione del Covid-19, ma per ora rappresenta soltanto una delle tante ipotesi di studio: ciò che è certo è la forte riduzione delle polveri sottili registrata con il blocco del traffico nelle aree che maggiormente sono affette da questo problema.
  2. Gli effluenti zootecnici non rappresentano la causa principale del PM10 registrato nelle aree del nord Italia nei mesi invernali.
  3. Il Covid-19 non infetta gli animali zootecnici.

Pertanto, gli allevamenti, anche quelli intensivi, non rappresentano un rischio, né diretto né indiretto, di trasmissione di Covid-19.

 

 

Presidente Emerito dell'Associazione per la Scienza e le Produzioni Animali, professore Ordinario di Zootecnica Speciale presso il Dipartimento di Agraria dell’Università di Sassari e Presidente dell’Associazione Carni Sostenibili.