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Lettera aperta degli esperti su allevamento europeo e sostenibilità: perché innovare è meglio che ridurre

Numerosi esperti di zootecnia hanno firmato una lettera aperta alla Commissione europea invitando a puntare sull’innovazione, anziché sulla riduzione. Le attuali politiche che mirano a ridurre il numero di capi di bestiame, anziché aumentare la sostenibilità, danneggiano un settore strategico.

Negli ultimi anni il dibattito sull’allevamento in Europa si è fatto sempre più acceso. Da un lato, cresce la pressione per ridurre l’impatto ambientale della produzione animale; dall’altro, emergono preoccupazioni sempre più concrete sugli effetti economici, sociali e strategici di politiche troppo restrittive. In questo scenario si inserisce una recente presa di posizione di numerosi ricercatori europei esperti in agricoltura e zootecnia, fra cui il Professor Giuseppe Pulina, che hanno scritto una lettera aperta alla Commissione europea chiedendo di rivedere alcune politiche sull’allevamento, perché considerate dannose e invitando a ripensare profondamente l’approccio adottato finora. Al centro della discussione c’è un’idea chiave: per rendere davvero sostenibile l’allevamento non basta ridurre il numero di animali. Serve invece puntare con decisione su innovazione, tecnologia e conoscenza.


Un patrimonio europeo spesso sottovalutato: perché ridurre non è la strada giusta

Gli autori del documento difendono ad esempio l’importanza del cosiddetto “Cluster del Mare del Nord”, una regione che include Paesi come Danimarca, Paesi Bassi, Belgio e Germania ed è uno dei centri più avanzati al mondo per l’allevamento, molto importante per la produzione di cibo, l’innovazione tecnologica e l’economia europea. In quest’area, infatti, si è sviluppato negli ultimi decenni uno dei sistemi agro-zootecnici più progrediti al mondo, con università, centri di ricerca e imprese che collaborano in modo integrato lungo tutta la filiera: dalla genetica animale alla nutrizione, dalla gestione degli allevamenti alla trasformazione alimentare. Questo sistema rappresenta molto più di un semplice comparto produttivo: è un vero e proprio “ecosistema dell’innovazione”, capace di produrre alimenti di alta qualità con standard elevati, ridurre progressivamente l’impatto ambientale per unità di prodotto ed esportare tecnologie e competenze in tutto il mondo.

Nonostante ciò, secondo gli esperti, il suo valore strategico non è ancora pienamente riconosciuto nelle politiche europee. Negli ultimi anni, diverse iniziative hanno puntato a ridurre la consistenza degli allevamenti, con l’obiettivo di contenere emissioni e pressioni ambientali. Tuttavia, secondo gli autori del documento, questo approccio che mira a diminuire il numero di animali, in realtà indebolisce il settore, danneggia l’economia, non migliora davvero l’ambiente e rallenta l’innovazione. In primo luogo, ridurre la produzione in Europa non elimina la domanda globale di prodotti di origine animale. In Europa l’allevamento è già più sostenibile rispetto ad altri Paesi e ridurlo può spostare la produzione altrove, dove è più inquinante, ad esempio verso Paesi con standard ambientali e sanitari inferiori, con un effetto complessivo negativo sull’ambiente.

In secondo luogo, un ridimensionamento del settore può indebolire la capacità di innovazione. Meno investimenti, meno ricerca e meno attrattività per i giovani talenti significa rallentare proprio quei progressi tecnologici necessari per rendere l’allevamento sempre più sostenibile. Le conseguenze economiche e sociali possono essere rilevanti, con perdita di competitività, riduzione dell’occupazione e impoverimento delle aree rurali. L’Europa, infatti, rappresenta solo una parte relativamente limitata della produzione mondiale, ma si distingue per standard tra i più elevati. Questo significa che migliorare ulteriormente l’efficienza e la sostenibilità degli allevamenti europei può avere un effetto positivo anche a livello internazionale, soprattutto se le tecnologie sviluppate vengono trasferite in altri contesti produttivi. Al contrario, ridurre la produzione proprio nelle aree più avanzate rischia di rallentare il progresso globale.


La sfida non è produrre meno, ma produrre meglio: l’innovazione come leva principale

Se la riduzione quantitativa mostra limiti evidenti, quale alternativa è possibile? La risposta indicata dai ricercatori firmatari del documento è chiara: investire nell’innovazione. Questo significa, ad esempio, migliorare l’efficienza alimentare degli animali, sviluppare tecnologie e pratiche sostenibili per ridurre le emissioni, ottimizzare la gestione degli allevamenti attraverso la digitalizzazione, valorizzare sottoprodotti e modelli di economia circolare e rafforzare il legame tra ricerca scientifica e applicazione pratica, con la collaborazione tra università e industria. Ridurre l’impatto ambientale è fondamentale, ma deve avvenire senza compromettere altri aspetti altrettanto cruciali, come la sicurezza alimentare, l’autonomia strategica, lo sviluppo economico e la coesione sociale.

Serve insomma un approccio equilibrato. In questo quadro, l’innovazione rappresenta il punto di incontro tra queste tre dimensioni. Il settore genera molte esportazioni e lavoro, mentre le politiche attuali stanno già causando la chiusura di aziende, la perdita di competenze e crisi nelle aree rurali, con danni economici evidenti. Il futuro dell’allevamento europeo dipenderà dunque dalle scelte politiche dei prossimi anni. Riconoscere il valore strategico del settore per la sicurezza alimentare e orientare gli investimenti verso la ricerca e lo sviluppo potrebbe consentire all’Europa di continuare a essere un punto di riferimento globale. Al contrario, politiche che puntano principalmente alla contrazione del settore rischiano di rendere l’Europa meno autonoma e di indebolire un patrimonio costruito in decenni di lavoro, con effetti difficilmente reversibili.

Il Progetto “Carni Sostenibili” vuole individuare gli argomenti chiave, lo stato delle conoscenze e le più recenti tendenze e orientamenti tecnico scientifici, con l’intento di mostrare che la produzione e il consumo di carne possono essere sostenibili, sia per la salute che per l’ambiente.