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Nutriscore: come rovinare il concetto “Farm To Fork”

Negli scorsi giorni si è parlato molto di Farm To Fork, progetto importante e condivisibile che rischia però di essere rovinato e banalizzato da trovate infelici come il Nutriscore, etichettatura a semaforo che, lungi dall’indicare una corretta alimentazione, rischia di penalizzare molti prodotti alimentari made in Italy.

Lo slogan “Farm to Fork” è suggestivo, bisogna ammetterlo. “Suona” bene anche in italiano, dove può essere tradotto come “dal campo alla tavola” o con il più datato e serioso “dal produttore al consumatore”. Se ne fa un gran parlare in questi giorni, dopo che dalla Commissione europea, guidata con energia e convinzione dalla sua presidente Ursula von der Leyen, sono uscite le linee guida dell’agricoltura e dell’alimentazione prossima ventura. Il tutto nel solco dell’annunciato Green New Deal, la sfida verde che l’Unione europea si è imposta nel suo nuovo corso e che dovrebbe portarci nel volgere dei prossimi trent’anni ad avere impatto zero sulle emissioni derivanti dalle attività dell’uomo. Obiettivo da mille miliardi di spesa, in parte accantonato con l’emergenza da coronavirus. Quella stessa emergenza che ha però reso così evidente il ruolo strategico dell’agricoltura e delle produzioni alimentari, tanto da spostare l’attenzione, ma solo in apparenza, dal Green New Deal al Farm to Fork.

Uscendo da sigle e slogan, di cosa si tratta in concreto? Incominciamo con il dire che il Farm to Fork non è una novità. Si era già affacciato sulla scena delle politiche comunitarie nel 2011, quando con questa definizione si volevano tracciare vongole e vini utilizzando futuribili etichette elettroniche, poi finite nel dimenticatoio. Oggi si continua a parlare anche di etichette, ma il cuore del progetto è un altro. Lo si dice già nelle prime righe del documento licenziato a fine maggio 2020, affermando che l’obiettivo è il “conseguimento di sistemi alimentari sostenibili, riconoscendo i legami inscindibili tra persone sane, società sane e un pianeta sano”. Per poi continuare sottolineando “l’importanza di un sistema alimentare solido e resiliente… in grado di assicurare ai cittadini un approvvigionamento sufficiente di alimenti a prezzi accessibili”.

Quelle del #FarmToFork sembrano fantasie irraggiungibili, eppure la #zootecnia italiana questa strada l’ha intrapresa da anni e con ottimi risultati: meno #ImpattoAmbientale, meno #farmaci ed #antibiotici, più #BenessereAnimale. Condividi il Tweet

Bello e ben detto, sebbene con un pizzico di demagogia. Meglio però vedere “come” si intenda ottenere questi risultati. Si chiede a tutti i protagonisti della filiera alimentare di trasformare il modo di produrre seguendo soluzioni basate sulla natura, sulla tecnologia, sul digitale e sullo spazio (inteso come superficie), riducendo pesticidi e fertilizzanti sui campi e farmaci e antimicrobici nelle stalle. E poi bioeconomia circolare, con l’uso di energie rinnovabili, produzione di biogas, bioraffinerie per produrre alimenti per il bestiame partendo dagli scarti di altre lavorazioni. Sembrano fantasie irraggiungibili, ma se ci si guarda intorno si scopre che la zootecnia italiana questa strada l’ha intrapresa da anni e con ottimi risultati. Meno impatto ambientale, meno farmaci e meno antibiotici sono obiettivi già raggiunti e in via di continuo miglioramento. Stessa cosa si potrebbe dire per un maggiore benessere animale, sul quale tanto insiste il programma Farm to Fork. Anche in questo campo i progressi sono formidabili.

Si può fare ancora meglio, certo. L’importante è “come”. Il metodo proposto è una rimodulazione della politica agricola comunitaria (PAC) i cui finanziamenti andranno a sostenere l’agricoltura di precisione, l’agricoltura biologica, il sequestro di carbonio e l’agroforestazione. Per farlo serviranno nuove regole, nuovi controlli, altra burocrazia e maggiori costi. Non sarà semplice e già dal mondo agricolo si sollevano i primi “distinguo” per scelte che sembrano in contraddizione con gli obiettivi, fra i quali il miglioramento del reddito degli imprenditori agricoli, oggi penalizzato rispetto ad altri impieghi. Le strategie delineate rischiano al contrario di aumentare i costi e imprimere un aumento dei prezzi, se non si vorranno ridurre i margini delle aziende agricole. Uno sforzo considerevole lo si chiede poi alle industrie di trasformazione. Dovranno riformulare i prodotti alimentari seguendo nuove linee guida, ridurre la propria impronta ambientale e contenere il proprio consumo energetico.

A vigilare che tutto ciò accada una nuova etichetta, che almeno nelle intenzioni vorrebbe dare al consumatore maggiori strumenti per una scelta oculata, ma che rischia al contrario di metterlo fuori strada. Tutto questo perché, si legge nel documento della Commissione, “gli attuali modelli di consumo alimentare sono insostenibili sia dal punto di vista ambientale sia dal punto di vista della salute”. Non parrebbe così, guardando il continuo innalzarsi dell’aspettativa media di vita, che vede gli italiani ai primi posti nel mondo.

Ma a Bruxelles sembrano convinti del contrario e si apprestano a condannare carni rosse, zuccheri, sale e grassi. Una condanna che potrebbe essere sancita dalle etichette a semaforo, le “Nutriscore” che, con un brillante colore rosso segnaleranno gli alimenti “pericolosi”. I prosciutti perché salati, i salami perché grassi, i grandi formaggi grana per l’uno e l’altro motivo e non si salva nemmeno l’olio EVO (extra-vergine d’oliva). Un’etichetta che piace molto a Francia e altri Paesi del Nord Europa e che a pensare male sembra una malcelata promozione di modelli di business agroalimentare lontani dalla dieta mediterranea.

A #Bruxelles sembrano ignorare i benefici delle #DietaMediterranea e si apprestano a condannare #CarniRosse, zuccheri, sale e #grassi. Una condanna che potrebbe essere sancita dalle #etichette a semaforo, le #Nutriscore. Condividi il Tweet

Siamo in tempo per evitare che i benefici di progetti importanti e condivisibili, come quelli del Farm to Fork, vengano annullati da una interpretazione del mondo agricolo distorta da una visione bucolica e da etichette che non informano ma condizionano. L’Italia ha presentato da tempo una sua proposta, le etichette a batteria, in grado di dare corrette informazioni al consumatore, senza penalizzare eccellenze alimentari del nostro o di altri paesi. Altre proposte di etichettatura sono all’esame della Commissione europea. La partita è ancora tutta da giocare.

I benefici di progetti importanti come lo #EUFarmToFork possono essere annullati da un'interpretazione del #MondoAagricolo distorta da una #VisioneBucolica e da #etichette che non informano ma condizionano. Come le #Nutriscore. Condividi il Tweet

 

Giornalista professionista, laureato in medicina veterinaria, già direttore responsabile di riviste dedicate alla zootecnia e redattore capo di periodici del settore agricolo, ha ricoperto incarichi di coordinamento in imprese editoriali. Autore di libri sull'allevamento degli animali, è impegnato nella divulgazione di temi tecnici, politici ed economici di interesse per il settore zootecnico.