TOP

Allevamenti e cambiamenti climatici: traguardi raggiunti e obiettivi futuri

Il punto sulle problematiche dei cambiamenti climatici legati al settore agricolo nell’audizione al Senato della Commissione Permanente Agricoltura e produzione agroalimentare sugli “Allevamenti e prodotti animali”.

È stato fatto molto negli ultimi decenni per ridurre l’impronta ecologica della zootecnia italiana, anche se non mancano gli obiettivi di miglioramento legati all’innovazione, alla ricerca e al trasferimento tecnologico per questa rilevante filiera. È l’estrema sintesi di quanto emerso nell’intervento del Comitato Consultivo dell’Accademia dei Georgofili durante la recente audizione al Senato “Allevamenti e cambiamenti climatici”, richiesta dalla Commissione Permanente Agricoltura e produzione agroalimentare del Senato della Repubblica.

Le attività #AgroZootecniche non vanno demonizzate per partito preso: hanno un ruolo importante per l’#ecosistema e contribuiscono al #RuoloStrategico del Paese. Condividi il Tweet

Le attività agro-zootecniche non vanno demonizzate per partito preso, sia perché hanno un ruolo importante per l’ecosistema sia perché contribuiscono al ruolo strategico del Paese.

Le filiere delle produzioni animali italiane, infatti, rappresentano circa la metà del valore dell’agroalimentare nazionale, contribuiscono all’export del made in Italy, danno occupazione a circa 150 mila persone, presidiano il 40% del territorio rurale nazionale, contrastano lo spopolamento e il degrado delle “aree interne” e sono custodi di tradizioni culturali e gastronomiche che sarebbe dannoso perdere.

Zootecnia e cambiamenti climatici

Gli allevamenti e le filiere zootecniche impattano sull’ambiente soprattutto per l’emissione di gas climalteranti e per il consumo delle risorse idriche. Tuttavia, il loro contributo alle emissioni di gas serrigeni è contenuto (rappresenta il 5,2% del totale nazionale) e sono in costante discesa. Le emissioni principali sono dovute alla CO2 del ciclo produttivo, al metano emesso soprattutto dalle fermentazioni digestive dei ruminanti e dal protossido di azoto, derivante sia dalla gestione delle lettiere e dei liquami, sia dai concimi azotai utilizzati per le coltivazioni di foraggi e mangimi.

L’impatto più rilevante legato al metano enterico è un problema reversibile, considerando che la sua durata media nell’atmosfera è di circa 10 anni. Inoltre, la CO2 in cui viene convertito è da fonte rinnovabile a bilancio fotosintetico zero, come quella espirata dall’uomo e dagli animali.

Il contributo degli #allevamenti alle #emissioni di #GasSerra è contenuto: rappresenta il 5,2% del totale nazionale, dato in costante discesa. Condividi il Tweet

Qualche dato per capire che calcoli sbagliati sono dannosi: nel 2018 il settore zootecnico ha emesso il 65% delle emissioni complessive dell’agricoltura pari al 5,2% di quelle totali nazionali (fonte Ispra 2020), ma rispetto al 1970 gli allevamenti italiani hanno ridotto del 40% le emissioni di metano, principale gas serra della zootecnia.

Alto aspetto rilevante è l’origine biogena del carbonio del metano emesso dalle fermentazioni ruminali (il 50% delle emissioni della zootecnia), che cioè deriva da quello fissato dalle piante con la fotosintesi e ingerito dagli animali con foraggi e concentrati e risiede in atmosfera con una emivita di circa 11,5 anni, per essere poi riassorbito dalle piante in un ciclo biologico. Quindi non si accumula nell’atmosfera per centinaia di anni provocandone il riscaldamento.

Le emissioni azotate legate agli allevamenti, non sono state lasciate in secondo piano: la gestione corretta delle deiezioni in stalla e in campo (il che aumenta la fertilità dei suoli) riduce fortemente le fonti di impatto.

15mila litri per un kg di #carne? I dati dell’#ImprontaIdrica reale per la #carne sono 500/1000 litri, in linea quindi con la produzione degli altri #ProdottiAgricoli. Condividi il Tweet

Secondo l’ISPRA la riduzione delle emissioni di ammoniaca degli allevamenti nel periodo 1990-2018 è stata del 23,4%, quindi anche se le filiere zootecniche sono le principali responsabili di questo tipo di emissioni il trend è in miglioramento.

Le produzioni zootecniche sono poi accusate di essere le principali consumatrici di acqua: super citati i 1000 litri di acqua per produrre un litro di latte e i 15mila per un kg di carne bovina. Attenzione, le cifre non sono reali perché oltre il 90% di quest’acqua è acqua piovana. Se si considerano le acque di riciclo e l’acqua piovana raccolta, i dati dell’impronta idrica reale sono per il latte 100-300 litri e per la carne 500 – 1000 litri, e cioè in linea con la produzione degli altri prodotti agricoli.

Azioni che hanno implementato la sostenibilità dei sistemi zootecnici italiani

Nel corso degli ultimi decenni nelle filiere zootecniche nazionali si è puntato su programmi di selezione genetica, che hanno incrementato le produzioni di ciascun capo di bestiame. Ciò ha prodotto un risparmio di risorse alimentari, terreni e acque a parità di materia utile prodotta e una riduzione dei fabbisogni di mantenimento: elevate produzioni individuali riducono l’inquinamento (azoto, fosforo, CO2eq) per litro di latte/kg di carne prodotto rispetto a basse produzioni.

Molta attenzione è stata posta sulla salvaguardia del benessere animale, così da ridurre il ricorso ad antibiotici. Di contro sono stati introdotti probiotici, prebiotici, simbiotici, oli essenziali e acidi organici per rafforzare le difese immunitarie.

La ratio è stata di migliorare le strutture di allevamento per ridurre l’incidenza delle più comuni patologie. In primis, si è investito sulla riduzione del sovraffollamento e la ricerca di spazi adeguati alle esigenze etologiche degli animali, l’adozione di sistemi attivi del controllo dell’igiene, della luminosità, delle temperature e dei ricambi d’aria delle stalle e la maggiore disponibilità di punti di abbeverata e di alimentazione, che nell’insieme consentono una netta riduzione delle patologie, un aumento della produttività e una riduzione dello stress animale.

Molta attenzione negli #allevamenti italiani è stata posta sulla salvaguardia del #BenessereAnimale, così da ridurre il ricorso ad #antibiotici. Condividi il Tweet

Ulteriori innovazioni ci sono state nel campo della nutrizione e alimentazione, grazie all’approfondimento dei fabbisogni nutrizionali degli animali e degli additivi naturali che hanno migliorato la salute e le performance degli animali riducendo l’escrezione in ambiente di potenziali polluenti.

Una attenzione crescente è, inoltre, stata rivolta al riciclo di alimenti non destinabili al consumo umano. A livello mondiale l’86% dell’assunzione alimentare degli animali è rappresentato da prodotti non edibili dall’uomo (foraggi, sottoprodotti/co-prodotti dell’industria alimentare): il loro utilizzo come nutrimento animale è un ottimo esempio di economia circolare. La buona notizia è che tutti questi aspetti possono essere ulteriormente implementati, con benefici ambientali ed economici.

L’importanza della ricerca

Non può esserci miglioramento, senza ricerca e innovazione. Il campo delle scienze animali non fa eccezione. “Il comparto da anni è attivo per sviluppare le strategie più efficaci a garantire il minore impatto possibile delle attività di allevamento sui fattori che determinano i cambiamenti climatici. In particolare, le linee di ricerca principali vertono sulla selezione per animali più efficienti e meglio adattabili a diverse situazioni ambientali, anche in un contesto di cambiamenti climatici, e a sistemi di allevamento e di alimentazione che prevedano una migliore integrazione delle attività di allevamento con il contesto agricolo e paesaggistico e una minore competizione tra uomo e animali per l’utilizzo di risorse primarie”, si legge in uno studio di Giuseppe Pulina et al., professore Ordinario di Zootecnica Speciale presso il Dipartimento di Agraria dell’Università di Sassari e Presidente dell’Associazione Carni Sostenibili.

A livello mondiale l’86% degli #alimenti per #animali da #allevamento è rappresentato da prodotti non edibili dall’uomo (#foraggi, sottoprodotti #IndustriaAlimentare ecc). #EconomiaCircolare Condividi il Tweet

La ricerca scientifica e l’innovazione tecnologica devono essere rafforzati per poter portare le Scienze delle Produzioni Animali, le Scienze Veterinarie e le Scienze delle Trasformazioni dei prodotti di origine animale all’eccellenza internazionale. Alla causa gioverebbe la creazione di un’area scientifica di “Sostenibilità delle produzioni e dei prodotti animali” a cui destinare i finanziamenti per progetti strategici nazionali: c’è bisogno di una forte accelerazione dei saperi e delle competenze per rispondere alle sfide della sostenibilità. Allo stesso tempo non andrebbe lasciata indietro la scolarizzazione degli imprenditori zootecnici, arrivando al 2030 con 2 conduttori aziendali su 3 forniti di titolo di scuola secondaria superiore o, ancora meglio, di laurea in discipline zootecniche e veterinarie.

Giornalista ed eco blogger, da sempre si occupa di temi legati alla sostenibilità ambientale e al food. Scrive per testate giornalistiche sia cartacee sia online e per blog aziendali. È laureata in Sociologia, con indirizzo Territorio e ambiente, all'università La Sapienza di Roma.