“Dieta Planetaria”: inutile esercizio di ingegneria alimentare
Nel momento in cui un modello teorico viene trasformato in riferimento normativo universale, emergono problemi. Come nel caso della “Dieta Planetaria”.
Il recente intervento pubblicato da Competere sulla “Dieta Planetaria” offre un’occasione utile per tornare ancora una volta su un tema che, negli ultimi anni, è diventato centrale nel dibattito pubblico sull’alimentazione: la progressiva trasformazione della nutrizione da campo scientifico complesso e pluralistico a terreno di progettazione normativa globale. Il punto interessante è che molte delle riflessioni oggi riproposte nel commento di Emily ed Erik Meijaard erano già presenti, con notevole anticipo, nel libro di Pietro Paganini “iFood: come sottrarsi all’ideologia alimentare?”, pubblicato nel 2023. In un’epoca nella quale il ciclo di invecchiamento delle notizie e delle interpretazioni è diventato rapidissimo, e in cui molte narrazioni mediatiche durano lo spazio di pochi mesi, alcune intuizioni contenute in quel volume risultano invece sorprendentemente solide e, per certi aspetti, confermate dall’evoluzione successiva del dibattito globale.
Il tema centrale non è, come spesso si tende superficialmente a rappresentare, una contrapposizione tra sostenibilità e libertà individuale, o tra salute pubblica e mercato. Il nodo vero è molto più profondo e riguarda il modo in cui oggi sono concepiti i sistemi alimentari. La Dieta Planetaria elaborata dalla Commissione EAT–Lancet nasce infatti da un obiettivo in larga misura condivisibile: ridurre l’impatto ambientale del sistema agroalimentare globale e migliorare gli indicatori sanitari delle popolazioni umane. Tuttavia, nel momento in cui un modello teorico viene trasformato in riferimento normativo universale, emergono inevitabilmente problemi che non sono soltanto nutrizionali o ambientali, ma epistemologici, economici, culturali e politici.
Le controversie medievali sugli universali
Per comprendere la natura di questa difficoltà può essere utile richiamare, forse in modo inatteso, una delle grandi controversie filosofiche medievali: quella sugli universali. Nel realismo di matrice platonica e agostiniana, rappresentato anche da Anselmo d’Aosta, gli universali possedevano una realtà autentica e non erano semplici nomi arbitrari, ma esprimevano strutture reali dell’essere conoscibili dalla ragione. A questa impostazione si oppose Roscellino di Compiègne, tra i primi esponenti del nominalismo medievale, al quale viene tradizionalmente attribuita la formula universalia sunt flatus vocis: gli universali non sarebbero realtà autonome, ma semplici nomi utilizzati per raggruppare individui concreti. Pietro Abelardo cercò una posizione intermedia, sostenendo che gli universali non fossero né entità reali indipendenti né meri suoni privi di significato, ma concetti mentali fondati sulle somiglianze osservabili tra gli individui. Sarà infine Guglielmo di Ockham a portare il nominalismo alla sua formulazione più rigorosa, sostenendo che esistono realmente soltanto individui concreti, mentre gli universali rappresentano strumenti logici e linguistici elaborati dall’intelletto per organizzare la conoscenza del mondo
Riletto oggi, questo antico dibattito appare sorprendentemente attuale nel campo dell’alimentazione. La moderna idea di “Dieta Universale” o “Planetaria” sembra infatti riproporre, in forma contemporanea, il problema degli universali: un modello teorico costruito a partire da medie statistiche, obiettivi ambientali e criteri nutrizionali che rischia di essere trasformato in prescrizione normativa globale, nonostante la profonda eterogeneità biologica, ecologica, culturale ed economica delle società umane. In questo senso, il problema delle diete universalistiche non consiste necessariamente nei loro obiettivi dichiarati, ma nel rischio epistemologico di trattare un’astrazione teorica come se coincidesse con la complessità concreta dei sistemi alimentari reali.
Il problema delle diete contemporanee universalistiche
Il punto non è negare l’esistenza dei problemi ambientali o sanitari associati ai sistemi alimentari contemporanei. Sarebbe difficile farlo seriamente. Il problema è piuttosto la convinzione implicita che sistemi alimentari enormemente complessi possano essere ricondotti a un unico schema ottimale, definito centralmente e applicabile, con opportune variazioni quantitative, all’intera popolazione mondiale. È precisamente questa riduzione della complessità che il libro di Paganini aveva intuito con particolare lucidità parlando di “iPhonizzazione della nutrizione”: la progressiva standardizzazione del cibo secondo logiche industriali globali, progettate per essere facilmente comunicabili, facilmente scalabili e facilmente governabili.
La metafora è particolarmente efficace perché non riguarda soltanto gli alimenti, ma il modello culturale sottostante. Per millenni i sistemi alimentari umani si sono sviluppati come schemi biologici territorializzati, costruiti attraverso la coevoluzione tra ambiente, specie vegetali e animali, disponibilità energetiche, pratiche agricole, cultura culinaria e organizzazione sociale. Le diete contemporanee universalistiche tendono invece a trasformare il cibo in una combinazione astratta di nutrienti, calorie, emissioni e indicatori sanitari, potenzialmente separabile dai contesti storici e territoriali nei quali il cibo stesso assume significato.
In questo senso, la critica proposta da Competere appare interessante non tanto perché “contro” la Dieta Planetaria, ma perché mostra le difficoltà concrete della sua traducibilità sistemica. Gli esempi riportati nel commento sono significativi. Una dieta teoricamente ottimizzata può richiedere un livello di calcolo cognitivo incompatibile con la vita reale dei consumatori; può ignorare le differenze di accessibilità economica tra i diversi contesti sociali; può produrre effetti ambientali inattesi quando viene applicata su scala globale.
Il caso degli oli vegetali e delle carni
Il caso degli oli vegetali, richiamato anche da Paganini, è emblematico di una difficoltà più generale che riguarda l’intero approccio delle cosiddette diete universali. L’olio di palma viene frequentemente presentato come paradigma del problema ecologico; dal punto di vista agronomico, però, possiede rese per ettaro molto elevate, tanto che una sua sostituzione completa con colture a minore produttività potrebbe aumentare significativamente il consumo globale di suolo e la pressione sugli ecosistemi. Lo stesso ragionamento può essere esteso alle carni e, più in generale, agli alimenti di origine animale, progressivamente marginalizzati nelle principali formulazioni delle diete universalistiche. Anche in questo caso, infatti, la riduzione del sistema alimentare a poche variabili lineari (emissioni dirette, consumo di risorse o metriche aggregate) rischia di trascurare la complessità biologica, nutrizionale, agronomica e socioeconomica delle produzioni zootecniche, oltre alla loro capacità di valorizzare biomasse non edibili dall’uomo e territori marginali non convertibili efficacemente a produzioni vegetali destinate all’alimentazione umana. È un esempio classico di ciò che accade quando sistemi complessi vengono affrontati attraverso modelli semplificati e astrattamente ottimizzati
Qui emerge una questione fondamentale spesso trascurata nel dibattito pubblico: i sistemi alimentari non sono semplici problemi di ottimizzazione tecnica. Sono assemblaggi storici nei quali interagiscono biologia, ecologia, economia, cultura, simboli, tradizioni, tecnologie e relazioni sociali. Proprio per questo motivo le soluzioni universalistiche tendono inevitabilmente a entrare in tensione con la diversità reale delle società umane. In altri termini, come affermato da H. L. Mencken: “Per ogni problema complesso esiste sempre una soluzione semplice, elegante e sbagliata”. È precisamente il rischio che emerge quando sistemi alimentari estremamente articolati vengono ricondotti a modelli universalistici costruiti su poche variabili aggregate e trasformati in prescrizioni normative valide su scala globale
Verso una forma di ingegneria sociale alimentare
Vi è inoltre un ulteriore aspetto che merita attenzione. La forza contemporanea delle diete universalistiche non dipende soltanto dalla loro dichiarata ma non dimostrata robustezza scientifica, ma dalla loro straordinaria compatibilità con il sistema mediatico contemporaneo. Messaggi semplici, moralmente leggibili e globalmente standardizzabili risultano molto più facilmente comunicabili rispetto alla complessità reale della nutrizione umana. In questo processo la nutrizione rischia progressivamente di trasformarsi da disciplina sperimentale e probabilistica in una forma di ingegneria sociale alimentare, nella quale la semplificazione narrativa diventa parte integrante della costruzione delle politiche pubbliche.
Naturalmente, nessuno sostiene che i sistemi alimentari debbano restare immutabili. Le diete cambiano continuamente, come sono sempre cambiate nella storia umana. Né avrebbe senso negare la necessità di affrontare problemi come obesità, malnutrizione o sostenibilità ambientale. Tuttavia, riconoscere la necessità del cambiamento non implica automaticamente accettare l’idea che possa esistere una singola dieta ottimale valida per tutti i contesti umani.
Forse è proprio questo il punto più interessante che emerge oggi dal libro di Paganini alla luce del dibattito attuale. La difficoltà delle diete universalistiche non è soltanto nutrizionale o ambientale, ma epistemologica: consiste nel rischio di scambiare una rappresentazione astratta del sistema alimentare per il sistema alimentare reale. E i sistemi alimentari reali, come tutte le grandi costruzioni storiche umane, sono molto meno lineari, molto meno prevedibili e molto più complessi di quanto qualsiasi modello globale possa realisticamente contenere.