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Il falso mito della dieta “planetaria”

Il dibattito sui sistemi alimentari si intensifica tra promesse di una “dieta planetaria” salvifica e interrogativi sulle sue reali implicazioni ambientali, sanitarie e sociali.

Negli ultimi anni, il dibattito globale sui sistemi alimentari si è fatto sempre più acceso, alimentato da proposte radicali che promettono una “dieta planetaria” capace di salvare l’ambiente, migliorare la salute e garantire giustizia sociale. Ma cosa si nasconde davvero dietro queste visioni di trasformazione epocale?

Al centro di queste utopie troviamo spesso un approccio calato dall’alto, che ignora la complessità reale dei sistemi alimentari. Perché produrre e consumare cibo non significa solo gestire nutrienti e calorie: significa intrecciare fattori ecologici, culturali, economici e simbolici. Ogni volta che si è deciso senza tener conto dei contesti storici e locali, le conseguenze sono state disastrose: carestie, collassi economici, squilibri sociali.

Un recente studio pubblicato su Meat and Muscle Biology™ da Frédéric Leroy, Peer Ederer, Michael R. F. Lee e Giuseppe Pulina smonta i principali miti della cosiddetta “dieta planetaria”, evidenziando rischi e contraddizioni di queste proposte, promosse nell’ambito della cosiddetta “Grande Trasformazione Alimentare”, mostrando come soluzioni semplicistiche non bastino ad affrontare problemi tanto complessi.


La “Grande Trasformazione” a tavola

Oggi assistiamo alla nascita di nuove e influenti coalizioni internazionali, come la EAT-Lancet Commission, che invocano la necessità di una “Grande Trasformazione Alimentare”. La loro proposta si fonda sulla Planetary Health Diet, la dieta planetaria, che riduce drasticamente il ruolo dei cibi di origine animale, in particolare della carne rossa, sostituendoli con cereali, legumi e nuove tecnologie: carne coltivata in laboratorio, fermentazioni di precisione, prodotti vegetali che imitano carne e latticini.

Ma queste soluzioni, oltre a essere ancora sperimentali e difficili da applicare su larga scala, incontrano scarsa accettazione da parte dei consumatori. Inoltre, i loro promotori partono da visioni ideologiche, che rischiano di trasformarsi in politiche semplicistiche e azzardate.

L’idea di una dieta “razionale” e “moralmente superiore”, in opposizione alle abitudini tradizionali, non è nuova. Già tra Ottocento e Novecento, negli Stati Uniti, i movimenti avventisti condannavano la carne come cibo impuro, influenzando profondamente le pratiche alimentari moderne. Negli anni Settanta la Commissione Rockefeller arrivò a proporre un’agricoltura centralizzata, che sostituisse i prodotti animali con alimenti vegetali o sintetici. Oggi, in nome della salute del pianeta, queste idee ritornano con forza, sostenute da ONG, network globali e industrie “vegan-tech”, a cui si aggiunge il tema dei diritti degli animali. Anche in Europa, documenti collegati al Green Deal prospettano scenari di forte riduzione dei cibi animali, spesso attraverso tasse e restrizioni.


Perché la carne conta

La carne, però, non è solo nutrimento: è parte di tradizioni che danno stabilità e identità sociale. Persino la spinta a creare “alternative”, come la carne artificiale, finisce per confermarne il valore simbolico e nutrizionale. La storia delle grandi transizioni alimentari dimostra quanto decisivo sia stato il ruolo degli alimenti di origine animale: dall’Homo erectus cacciatore e padrone del fuoco, alla rivoluzione neolitica con latte e trazione animale, fino all’industrializzazione che ha migliorato la salute grazie a diete più ricche e varie.

Oggi viviamo in una fase post-industriale, dominata dai cibi ultra-processati, con il paradosso della “tripla malnutrizione”: eccesso calorico, carenze nutrizionali e obesità diffusa. In questo contesto, la dieta planetaria dell’EAT-Lancet appare come un nuovo tentativo di standardizzare l’alimentazione mondiale.

Ridurre il consumo di carne a 16 kg l’anno per persona, contro i 60–80 kg tipici delle diete occidentali, significherebbe imporre dall’alto una scelta che tocca tradizioni, economie e identità. Non sorprende, dunque, che queste proposte attirino critiche: non solo si basano su ipotesi scientifiche controverse, ma rischiano anche di minare la libertà individuale, la resilienza dei sistemi alimentari e la sicurezza nutrizionale, con possibili carenze di ferro, zinco, vitamina B12 e proteine di alta qualità.


Prospettive scientifiche complementari: dalla Dublin Declaration alla Denver Call for Action

Proprio per questo stanno emergendo voci autorevoli dal mondo scientifico. Nel 2022, la Dublin Declaration of Scientists ha ribadito l’insostituibile ruolo dell’allevamento per la sicurezza alimentare, i servizi ecosistemici e la cultura. Più di mille scienziati hanno sottolineato che il bestiame, se gestito responsabilmente, va ben oltre la semplice produzione di calorie: fornisce nutrienti difficilmente sostituibili, valorizza terre marginali, contribuisce alla fertilità dei suoli e al riciclo degli scarti agricoli, oltre a essere parte integrante di pratiche culturali e mezzi di sussistenza rurali.

Sulla stessa linea si colloca la Denver Call for Action, che richiama la necessità di politiche locali basate su solide evidenze, capaci di adattarsi ai contesti specifici, senza punizioni simboliche contro determinati alimenti né imposizioni universali “per il bene del pianeta”.

In altre parole, le politiche alimentari devono riconoscere la complessità dei sistemi, che possono garantire al tempo stesso nutrizione, sostenibilità e prosperità agricola, evitando rappresentazioni riduttive del bestiame come “solo un problema”. Prima di attuare trasformazioni su larga scala, è indispensabile pretendere prove robuste, trasparenti e libere da dogmi ideologici.


“The Nourishment Table” o Tavola Nutrizionale: un approccio equilibrato

Da queste posizioni nasce il concetto della Nourishment Table, una cornice alternativa alle piramidi alimentari e alle linee guida universali. L’idea è di integrare aspetti nutrizionali, ambientali, economici e culturali senza imporre modelli rigidi e uguali per tutti.

Al centro vi sono la sufficienza e la qualità nutrizionale, nel rispetto dei contesti culturali e territoriali. In concreto significa valorizzare alimenti naturalmente densi di nutrienti – come i cibi di origine animale e poco trasformati – ridurre il consumo di prodotti ultra-processati e riconoscere spazio alla scelta personale e alle conoscenze locali.

Le regole devono basarsi su dati solidi e tener conto delle differenze tra regioni, culture e stati nutrizionali delle popolazioni.


Oltre le utopie calate dall’alto

Il messaggio di fondo è chiaro: i sistemi alimentari sono complessi, imprevedibili e in continua evoluzione. Governarli con schemi centralizzati e trasformazioni radicali significa rischiare di ripetere gli errori del passato.

Più che inseguire utopie dall’alto, conviene puntare su soluzioni graduali e sperimentali che rispettino la diversità locale: sostenere pratiche zootecniche sostenibili, investire in innovazioni legate ai territori e agli agricoltori, attuare programmi mirati di miglioramento nutrizionale anziché divieti indiscriminati, ridurre sprechi e migliorare la qualità lungo la filiera, rafforzare monitoraggio e trasparenza, il tutto senza intaccare la libertà alimentare.

Le tecnologie “di laboratorio”, come la carne coltivata, vanno valutate con prudenza e adottate solo se dimostrano di essere davvero sicure dal punto di vista ambientale, nutrizionale e sociale.

Il successo, insomma, non si misura semplicemente dalla riduzione del consumo di un alimento, ma dalla capacità di garantire vero nutrimento: meno carenze, maggiore sazietà, migliori risultati di salute, nel rispetto dell’equità e della vita rurale.

La vera trasformazione non consiste nell’imporre diete standardizzate, ma nel riconoscere la centralità del benessere umano, della libertà di scelta e della ricchezza delle tradizioni alimentari che ci accompagnano da milioni di anni.

Il Progetto “Carni Sostenibili” vuole individuare gli argomenti chiave, lo stato delle conoscenze e le più recenti tendenze e orientamenti tecnico scientifici, con l’intento di mostrare che la produzione e il consumo di carne possono essere sostenibili, sia per la salute che per l’ambiente.