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Italia sulla buona strada per gli obiettivi climatici al 2030, e l’agricoltura fa la sua parte

L’ultimo rapporto ISPRA sulle emissioni di gas serra evidenzia una riduzione complessiva del 30,2% dal 1990 al 2024. Il settore agricolo si conferma tra i più virtuosi, con un calo significativo delle emissioni. Le sfide maggiori restano nei trasporti e nel settore residenziale, ma gli scenari futuri indicano che il percorso di decarbonizzazione è tracciato.

  1. L’agricoltura italiana è tra i settori più virtuosi nella transizione climatica.
  • La decarbonizzazione dell’Italia è una realtà, ma le sfide restano concentrate in pochi settori.
  • Territori rurali, foreste e bioeconomia sono parte della soluzione climatica.

L’Italia ha compiuto progressi nella lotta al cambiamento climatico, riducendo le emissioni totali di gas serra del 30,2% tra il 1990 e il 2024. Un calo che si è accentuato negli ultimi anni, con una diminuzione del 3,6% solo tra il 2023 e il 2024. È quanto emerge dal nuovo rapporto di ISPRA “Le emissioni di gas serra in Italia: obiettivi di riduzione e scenari emissivi – Edizione 2026”, che analizza in dettaglio il quadro emissivo nazionale e gli scenari futuri. Significativo in particolare il taglio di emissioni del comparto agricolo e degli allevamenti nell’arco temporale considerato.

Il rapporto, tuttavia, delinea un quadro complesso. Se da un lato conferma i progressi compiuti nel percorso di decarbonizzazione del Paese dall’altro evidenzia le sfide ancora aperte per il futuro. La direzione intrapresa è quella corretta, ma il raggiungimento degli obiettivi finali al 2030 non è un risultato scontato. Gli scenari elaborati da ISPRA indicano infatti che il successo dipenderà dalla capacità di accelerare la transizione proprio in quei settori che faticano a tenere il passo dei comparti più virtuosi.


I settori chiave: luci e ombre nella transizione ecologica

L’analisi dei dati mostra infatti andamenti molto differenziati tra i vari settori. La riduzione più consistente delle emissioni si registra nel settore energetico e industriale. Le industrie energetiche hanno visto un crollo delle emissioni del 53,6% tra il 1990 e il 2024, a fronte di un aumento della produzione totale di energia. Questo risultato è stato possibile grazie alla crescente diffusione delle fonti rinnovabili, al miglioramento dell’efficienza e al passaggio a combustibili con un minor contenuto di carbonio. Analogamente, le emissioni dell’industria manifatturiera sono diminuite del 49,9% nello stesso periodo.

Tuttavia, non tutti i comparti mostrano la stessa performance. Il settore dei trasporti si conferma la sfida principale per la decarbonizzazione del Paese. Le sue emissioni, che costituiscono il 31,3% del totale nazionale, sono aumentate del 10,2% rispetto al 1990. Oltre il 90% di queste emissioni deriva dal trasporto su strada, che non ha ancora mostrato un’inversione di tendenza significativa. Anche il settore dei rifiuti ha visto un aumento delle emissioni del 5,2% dal 1990.


Agricoltura e allevamenti: un settore virtuoso e in continua evoluzione

In questo scenario, il settore dell’agricoltura emerge con forza come uno dei più virtuosi. Le emissioni agricole, che nel 2024 rappresentano appena il 7,7% del totale nazionale – con il comparto zootecnico che da solo incide per il 5,9% – hanno registrato una riduzione del 22,3% tra il 1990 e il 2024. Questo dato, già di per sé significativo, assume ancora più valore se si analizzano le pratiche e le innovazioni che lo hanno reso possibile, testimoniando un impegno concreto e costante verso la sostenibilità.

Questa importante diminuzione è il risultato di una serie di fattori e buone pratiche che delineano un percorso di profonda trasformazione del settore:

  • Miglioramento dell’efficienza e riduzione della fermentazione enterica: le emissioni di metano (CH4) dalla fermentazione enterica, che costituiscono circa il 48% delle emissioni del settore, sono diminuite del 21,5% dal 1990. Un calo legato principalmente ad un miglioramento dell’efficienza produttiva. Si registra infatti una contrazione del numero di capi – in particolare dei bovini, che tra il 1990 e il 2024 sono diminuiti del 31% (con le vacche da latte ridotte del 42%). Tuttavia, questo dato va letto insieme a quello della produttività: la produzione unitaria di latte per vacca è aumentata notevolmente, evidenziando un disaccoppiamento tra numero di capi ed emissioni. Tutto ciò è frutto di una migliore gestione degli allevamenti, di un’evoluzione della genetica degli animali e di un’alimentazione più mirata. A conferma di ciò, il rapporto ISPRA sottolinea come la percentuale di vacche ad alta produttività (oltre 8.500 kg di latte/anno) sia passata dal 45% nel 2004 all’82% nel 2024.
  • Gestione virtuosa dei reflui zootecnici: un altro pilastro della riduzione delle emissioni è la gestione delle deiezioni. La pratica della digestione anaerobica per la produzione di biogas si è diffusa in modo capillare, con quasi 2.000 impianti attivi nel 2024 che trattano circa 17 milioni di tonnellate di reflui. Questa tecnologia è un esempio perfetto di economia circolare: la sua adozione consente di evitare la dispersione in atmosfera del metano prodotto durante lo stoccaggio dei liquami che al contempo viene recuperato e trasformato in energia rinnovabile.
  • Uso più razionale dei fertilizzanti e calo delle emissioni dai suoli: le emissioni di protossido di azoto (N2O) dai suoli agricoli sono diminuite del 19,6%. Questo risultato è frutto di un uso più efficiente e razionale dei fertilizzanti, sia sintetici che organici, e a una migliore gestione dei residui colturali, pratiche che dimostrano una crescente attenzione alla salute del suolo e alla sostenibilità delle coltivazioni.


Il rapporto ISPRA sottolinea inoltre il ruolo cruciale del settore LULUCF (uso del suolo, cambiamento di uso del suolo e silvicoltura), spesso trascurato nel dibattito pubblico. Nel 2024 questo comparto ha assorbito circa 64 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente, un valore pari a oltre due volte le emissioni dell’intero settore agricolo nazionale. Ciò significa che i territori rurali italiani, considerati nel loro insieme come sistema agroforestale, non svolgono soltanto una funzione produttiva, ma rappresentano uno dei principali strumenti di mitigazione climatica del Paese. Per questo motivo diventa sempre meno corretto valutare separatamente le emissioni agricole e gli assorbimenti del territorio: il saldo climatico reale dell’agricoltura italiana può essere compreso soltanto considerando congiuntamente coltivazioni, pascoli, foreste e suoli.

Sebbene quindi la strada verso la completa decarbonizzazione presenti ancora ostacoli importanti, in particolare nel settore dei trasporti, l’Italia si sta muovendo nella giusta direzione.Il settore agricolo e zootecnico, proseguendo un trend virtuoso consolidato negli anni e, nonostante sia spesso al centro di dibattiti, dimostra in particolare di essere non solo una parte contenuta del problema a livello nazionale, ma anche e soprattutto un protagonista attivo e fondamentale della soluzione, grazie a un impegno costante verso l’efficienza, la sostenibilità e l’innovazione.


L’importanza delle nuove metriche

Va inoltre ricordato che le emissioni agricole sono costituite prevalentemente da metano proveniente dalla fermentazione enterica, dalla gestione dei reflui e dalla risicoltura. Gli inventari ufficiali utilizzano correttamente la metrica GWP100 prevista dall’IPCC e dagli accordi internazionali, ma la letteratura scientifica più recente ha evidenziato che, per un gas a vita breve quale il metano, metriche dinamiche come il GWP* descrivono in modo più realistico il contributo effettivo al riscaldamento globale. Poiché le emissioni agricole di metano in Italia sono in costante diminuzione da oltre trent’anni, il loro contributo al riscaldamento risulta significativamente inferiore rispetto a quanto suggerito dalle metriche convenzionali. In questa prospettiva il settore agricolo italiano non solo ha ridotto le proprie emissioni secondo i criteri ufficiali dell’inventario, ma appare già oggi molto vicino alla neutralità climatica netta e contribuisce, attraverso gli assorbimenti di carbonio generati da foreste, pascoli e suoli agricoli, a compensare una parte delle emissioni prodotte dagli altri settori economici previsti dal report.  


FORSU, una quota rilevante e in crescita delle emissioni

Da non sottovalutare il fatto che, nonostante l’impegno dei cittadini nella raccolta differenziata della FORSU (Frazione Organica del Rifiuto Solido Urbano), il settore dei rifiuti è uno dei pochi comparti italiani ad aver aumentato le proprie emissioni rispetto al 1990 (+5,2% secondo ISPRA) e che oltre il 90% di tali emissioni è costituito da metano. Questo aspetto merita particolare attenzione perché il metano disperso in atmosfera produce un effetto climatico diretto molto elevato, ma rappresenta anche una perdita di una preziosa risorsa energetica. Se infatti la frazione organica fosse intercettata e valorizzata integralmente attraverso la digestione anaerobica, il biometano ottenuto potrebbe sostituire quote significative di gas naturale fossile, riducendo ulteriormente le emissioni del settore energetico. Inoltre, il digestato residuo, opportunamente gestito e utilizzato in agricoltura, consentirebbe di restituire carbonio e nutrienti ai suoli, limitando le emissioni di anidride carbonica associate ai processi di degradazione aerobica e contribuendo al mantenimento della sostanza organica. In altre parole, il metano che oggi viene considerato un problema ambientale potrebbe diventare una parte importante della soluzione.

Content Manager e storyteller 2.0. Fa parte del network di Eco Connection Media. Redattrice per il webmagazine Economia Circolare. Scrive anche su e-cology.it. Si occupa di strategie di comunicazione web, gestione social, consulenza 2.0 e redazione news e testi SEO. Per Green Factor, all’interno dell’ufficio stampa, si occupa delle relazioni istituzionali.