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Perché mangiamo come parliamo?

Il libro “A spasso con Lucy. Perché mangiamo come parliamo? Virtù e valore delle proteine animali” verrà presentato nella sua versione inglese l’8 aprile presso il Parlamento europeo di Bruxelles.

Perché mangiamo come parliamo? La domanda del sottotitolo del libro “A spasso con Lucy“, che verrà presentato nella sua versione in inglese l’8 aprile presso il Parlamento europeo di Bruxelles, è solo apparentemente un gioco di parole: apre un nuovo scenario di convergenza evolutiva nella specie umana, fra l’atto primordiale e naturale del nutrirci e la capacità sofisticata del comunicare per simboli attraverso le lingue.

Moltissimi animali possiedono un linguaggio, ma solo H. sapiens è stato in grado di differenziare la sua modulazione vocale in una quantità sempre più diversificata di lingue, fino a raggiungere le attuali 7.159, esclusi i dialetti. Parallelamente, esiste una quantità sterminata di piatti strettamente legati alla tradizione: solo in Italia, sono stati censite ben 5.047 varietà di specialità alimentari tradizionali. Vediamo di capire il perché di questa grande variabilità propria dell’umanità, sia per il cibo che per il linguaggio.


Il linguaggio, da sempre intrecciato con l’alimentazione

Il linguaggio, nella sua evoluzione verso le differenti lingue, si è intrecciato con l’alimentazione fin dall’origine della nostra specie. Entrambe nascono dalla doppia eredità cognitiva, che ci accomuna ai grandi primati, e cooperativa, che ci distingue da loro. Come mostra Judith Burkart, è stata la combinazione tra intelligenza e motivazione a condividere prima il cibo, poi l’informazione, e a costruire così le basi per l’evoluzione del linguaggio umano. La lingua primordiale, e quelle da questa derivate, è emersa in un contesto in cui l’accudimento cooperativo dei bambini ha reso naturale la condivisione non solo del nutrimento, ma anche dell’esperienza.

Questa motivazione alla condivisione si è evoluta insieme alla capacità di trasmettere le conoscenze. E così, nel tempo, gruppi umani isolati geograficamente hanno sviluppato tratti genetici distinti, come dimostrato da Luigi Cavalli-Sforza, ma anche lingue differenti e, di conseguenza, cucine diverse. I “cluster genetici” che si formano per deriva genetica o selezione naturale coincidono spesso con i “cluster linguistici” e con modelli culturali distinti. In altre parole “i geni, le lingue e le diete viaggiano insieme”3.


Un’abitudine culturale può modificare il nostro DNA in poche migliaia di anni

Ma la biologia, senza la storia, non basta a spiegare ciò che mettiamo nel piatto. Come sottolinea John R. Krebs, le preferenze alimentari sono il risultato di una coevoluzione tra geni, cultura ed ecologia. L’esempio della lattasi persistente (cioè della capacità di digerire il latte in età adulta) dimostra come un’abitudine culturale, il consumo di latte presente in diverse popolazioni che per prime hanno domesticato i ruminanti, possa modificare il nostro DNA nel giro di poche migliaia di anni.

Non solo cosa mangiamo, ma anche come e con chi lo mangiamo è un tratto distintivo della cultura di H. sapiens. Massimo Montanari ci ricorda che il cibo non è mai solo naturale, ma è sempre trasformato, scelto, narrato. Preparare un piatto è come costruire una frase, richiede grammatica, sintassi e senso. Per questo, ogni cucina ha il suo lessico, le sue metafore, le sue regole per cui ogni pasto è un discorso, fatto di parole e pietanze, di silenzi e rituali.


Come si sono intrecciati codici alimentari e linguistici

Così, attorno al fuoco prima e alla tavola poi, si sono intrecciati codici alimentari e linguistici. Sempre Montanari ci racconta di come il cibo sia diventato nel tempo uno strumento di appartenenza, resistenza e identità perché ci rivela chi siamo, da dove veniamo, con chi scegliamo di condividere il pane.

Alla fine del nostro cammino con Lucy scopriamo che parlare e mangiare sono i due grandi strumenti con cui abbiamo costruito la nostra umanità: entrambi servono a legarci agli altri, a tramandare sapere, a riconoscerci parte di un gruppo. E la Dieta Mediterranea, con la sua armonia di sapori e paesaggi, è forse il capitolo più riuscito di questa lunga storia fatta di alleanze tra natura e cultura, tra corpo, “pensieri e parole”.

[Questo testo è la postfazione del Professor Giuseppe Pulina al libro “A spasso con Lucy. Perché mangiamo come parliamo? Virtù e valore delle proteine animali“]

Presidente Emerito dell'Associazione per la Scienza e le Produzioni Animali, Professore Ordinario di Etica e Sostenibilità degli Allevamenti presso il Dipartimento di Agraria dell’Università di Sassari e Presidente dell’Associazione Carni Sostenibili. Fra i migliori esperti globali in scienze animali, è incluso nel 2% di scienziati maggiormente citati al mondo.