Scienza, società e allevamento
Innescare una delegittimazione reciproca tra comunità scientifiche, accusate di servire interessi esterni, rischia di indebolire la scienza nel suo complesso.
Negli ultimi anni la zootecnia è diventata oggetto di una forte domanda sociale sulla sostenibilità ambientale, economica e nutrizionale delle produzioni animali, domanda legittima perché rappresenta uno dei grandi temi del nostro tempo. Proprio per questo è significativo che una parte importante della comunità scientifica internazionale abbia sentito la responsabilità di intervenire pubblicamente attraverso documenti come la Dublin Declaration e, successivamente, la Denver Call to Action che rappresentano esempi di responsabilizzazione di una comunità scientifica di fronte a una questione sociale complessa.
Il messaggio centrale dei due documenti afferma che il futuro delle produzioni zootecniche deve essere discusso sulla base delle evidenze scientifiche, non su semplificazioni o posizioni ideologiche perché si può discutere, criticare, migliorare, ma il terreno della discussione deve restare quello della scienza. Abbiamo dato ampio risalto ai due documenti in questo sito, ma l’inasprirsi del dibattito sulle scienze zootecniche ci impone di sviluppare qualche considerazione supplettiva (i documenti vivono se sono letti e non nelle biblioteche e nelle banche dati), rimandando chi volesse approfondire agli interventi specifici.
La collaborazione tra università, sistemi produttivi e filiere agroalimentari non è un’anomalia
Sappiamo bene che la zootecnia è una scienza applicata e in questo ambito la collaborazione tra università, sistemi produttivi e filiere agroalimentari non è un’anomalia, ma la condizione normale di funzionamento del sistema della ricerca e dell’innovazione. In Italia questo principio è esplicitamente riconosciuto (e premiato negli esercizi di valutazione degli atenei) nella cosiddetta Terza Missione delle Università e degli Enti di ricerca, mentre a livello europeo è alla base dei programmi Horizon e Interreg, che finanziano proprio progetti di ricerca e sviluppo in collaborazione tra mondo scientifico e sistema produttivo per cui considerare questa interazione come una prova di distorsione della scienza significherebbe mettere in discussione l’intero sistema della ricerca applicata europeo (non solo zootecnica evidentemente).
I rischi delle logiche di delegittimazione reciproca
Negli ultimi tempi sono comparse anche analisi che interpretano documenti quali la Dublin Declaration principalmente come espressione di reti di influenza o di potere. Se da un lato studi di questo tipo possono essere legittimi come esercizi di sociologia della scienza, dall’altro diventano metodologicamente deboli, se non decisamente fuorvianti, quando passano dall’analisi del contesto alla delegittimazione della validità scientifica delle affermazioni. Infatti, la validità di una tesi scientifica non si valuta sulla base delle relazioni istituzionali degli autori, o peggio ancora sulla sede in cui è svolta la ricerca (è noto che la maggioranza delle pubblicazioni proviene dai Paesi sviluppati, ma molte sono firmate da autori di PVS), ma sulla entità e qualità delle prove, dei metodi e della coerenza con il corpus delle conoscenze disponibili, per cui confondere questi due piani porta a quella che in epistemologia, la scienza della conoscenza, si chiama fallacia genealogica, che possiamo sintetizzare nell’attitudine a giudicare la verità di un’affermazione dalla sua origine invece che dalle prove che la sostengono.
Il rischio, se si imbocca questa strada, è una delegittimazione reciproca tra comunità scientifiche diverse, in cui ogni campo accusa l’altro di essere al servizio di interessi esterni (la scienza medica asservita alle big farm, quella informatica ai data companies, quella ingegneristica, ai grandi gruppi di engineering, e così via…) e questo non rafforza la scienza, ma la indebolisce perché, al di là di rappresentazioni distorte del dibattito scientifico, la ricerca scientifica è un fatto collettivo e pubblico e le affermazioni che sono generate in questo ambito devono basarsi su un forte senso di fiducia. Cosa succederebbe se ad ogni analisi chimica mettessimo in dubbio la validità della tavola degli elementi, o se dovessimo mettere alla prova il secondo principio della termodinamica ogni volta che lo utilizziamo come base per una nostra ricerca?
La sfida della sostenibilità delle produzioni animali è troppo importante per essere affrontata con schemi ideologici o con logiche di delegittimazione reciproca. Serve buona scienza, discussione aperta e capacità di affrontare la complessità. e sotto questa luce, documenti quali la Dublin Declaration e la Denver Call to Action rappresentano soprattutto un tentativo, perfettibile, discutibile, ma legittimo, di assumersi una responsabilità scientifica e sociale su uno dei grandi temi del nostro tempo.