Zootecnia circolare e mangimistica, intervista al Professor Petracci
Zootecnia circolare: coprodotti, sottoprodotti agricoli e “former Foodstuff” sono sempre più sfruttati per i mangimi. Intervista al Professor Massimiliano Petracci.
L’economia circolare non è un concetto astratto, ma una pratica concreta che sta trasformando intere filiere produttive, incluso il settore zootecnico. Come? Per approfondire questo tema cruciale, abbiamo intervistato il Professor Massimiliano Petracci del Dipartimento di Scienze e Tecnologie Agro-Alimentari del Campus di Cesena, Università di Bologna, uno dei massimi esperti in materia, che di questo argomento ha recentemente parlato in uno degli eventi dedicati ad alimentazione e sostenibilità al Festival Agorà di Cesena. A lui abbiamo rivolto alcune domande su come valorizzare coprodotti, sottoprodotti, scarti alimentari, ma anche sull’apporto che i pascoli possono fornire a sostegno delle aree interne.
Professore, partiamo dal binomio economia circolare e mangimistica. Potrebbe spiegarci in parole semplici di cosa si tratta e perché rappresentano un esempio così calzante di circolarità?
Partiamo da un caso molto comune, quello della coltivazione di vegetali per l’alimentazione umana (come il frumento). Quello che non tutti sanno è che una parte consistente della pianta non è edibile per l’uomo come, ad esempio, le parti più fibrose, ricche di cellulosa, che per noi sono indigeribili. Qui entrano in gioco gli animali, in particolare i ruminanti (bovini, ovini), che sono in grado di convertire questi materiali fibrosi in alimenti nobili (carne e latte e derivati) che possiamo consumare.
Quando poi l’industria alimentare trasforma una materia prima – come il chicco di grano per produrre farina – genera ulteriori coprodotti. Questi, pur non essendo adatti all’alimentazione umana, sono risorse preziose per i mangimi destinati anche agli animali monogastrici, come suini e avicoli.
In questo modo, gli animali svolgono una funzione che è stata da sempre essenziale, ovverosia quella di valorizzare ciò che altrimenti andrebbe sprecato, trasformandolo nuovamente in alimenti di alto valore nutrizionale come latte, carne e uova. Questo è il primo livello di circolarità che possiamo registrare e che chiude un ciclo.
Oltre ai classici coprodotti della lavorazione agricola, si sente parlare sempre più di “Former Foodstuff”, ovverosia ex prodotti alimentari. Di cosa si tratta esattamente?
Questo è un campo dal potenziale enorme. Partiamo dal dire che non c’entrano nulla con gli scarti alimentari. Un tempo, gli avanzi della cucina venivano comunemente usati per alimentare gli animali. Oggi la legislazione è molto più stringente: un alimento che esce dalla catena del consumo umano diventa un “rifiuto” e non può rientrare direttamente nel circuito alimentare, neanche attraverso l’alimentazione animale. I “Former Foodstuff” sono diversi: non sono rifiuti, ma prodotti che, per varie ragioni, non hanno più i requisiti per essere venduti al consumatore. Un esempio pratico? I biscotti di un’industria dolciaria che si rompono durante la produzione o che hanno piccoli difetti di cottura. Non sono più vendibili come biscotti, ma sono un alimento perfettamente sano e di alta qualità. Se si organizza una filiera tracciata e sicura, questi prodotti possono essere ceduti ad una industria mangimistica che li utilizzerà per formulare un mangime bilanciato. Lo stesso vale per la pasta, il pane invenduto e tanti altri prodotti.
Quanto è diffusa oggi questa pratica in Italia? È ancora una nicchia o sta diventando un modello consolidato?
È un modello che si sta diffondendo sempre di più per due ragioni principali. La prima è legata all’immagine e alla sostenibilità: le aziende sono chiamate a redigere bilanci di sostenibilità e dimostrare di ridurre la propria impronta ambientale. Utilizzare coprodotti è una misura tangibile e realmente efficace. La seconda ragione è economica: questo approccio permette una concreta riduzione dei costi di produzione (e importazione). Quindi l’interesse è forte e crescente ed assistiamo ad un aumento del numero delle aziende che si organizzano per creare queste filiere circolari, magari a livello di distretti, che consentono di trasformare ciò che è un avanzo per una impresa in una risorsa per un’altra che opera nello stesso territorio.
Uno dei temi più dibattuti è la dipendenza dell’Europa dalle importazioni di materie prime per mangimi. Questo approccio circolare può davvero ridurre tale dipendenza?
Non possiamo sognare di diventare completamente autosufficienti da un giorno all’altro. Tuttavia, l’impatto positivo di questo modello è tutt’altro che trascurabile. Parliamo di una riduzione della dipendenza che può valere diversi punti percentuali. Non è quindi un fenomeno di nicchia, ma, al contrario, si può rivelare una leva strategica. Reperire materie prime a livello locale, come i coprodotti, ha infatti un duplice vantaggio: riduce l’impronta ambientale legata anche ai trasporti intercontinentali ed aumenta la nostra sicurezza di approvvigionamento. Le recenti crisi geopolitiche, come la guerra in Ucraina con il conseguente impatto sull’olio di girasole, ci hanno mostrato quanto siamo vulnerabili. Ridurre questa dipendenza è un obiettivo strategico non solo ambientale, ma anche di sicurezza alimentare nazionale.
Una domanda che il consumatore si potrebbe porre è se l’uso di questi mangimi “alternativi” possa incidere sulla qualità nutrizionale delle diete e, di conseguenza, sulla qualità della carne o delle uova…
Quel che spesso non si percepisce è che sull’alimentazione animale vengono effettuati studi approfonditi e che si lavora sempre per formulare una dieta complessa e bilanciata che soddisfi pienamente i fabbisogni nutrizionali richiesti. Torniamo all’esempio di prima: un ex prodotto alimentare come un biscotto, ricco di amidi, può sostituire egregiamente una parte dei cereali usati per fornire energia, ma non verrà utilizzato per sostituire le fonti proteiche. L’obiettivo finale e irrinunciabile è garantire una dieta di altissima qualità nutrizionale per assicurare il benessere dell’animale e la salubrità del prodotto finale.
Qual è il ruolo dell’Università e della ricerca in questo processo di innovazione?
Il mondo della ricerca ha un doppio ruolo fondamentale. Innanzitutto le Università dispongono di strutture sperimentali per testare l’efficacia di questi nuovi ingredienti in condizioni controllate, cosa che le singole aziende spesso non possono fare. Questo permette di validare scientificamente le soluzioni. L’Università poi agisce come un ente terzo ed indipendente e tale caratteristica assicura una garanzia di oggettività sia per chi produce gli ingredienti, sia per l’allevatore che li utilizza. Oggi le stesse aziende cercano studi condotti da enti terzi per comprovare l’efficacia dei loro prodotti. Posso dire con orgoglio che la ricerca italiana in questo settore gode di ottima salute, con molti centri di eccellenza che collaborano attivamente con l’industria.
Spesso si percepisce una grande distanza tra il mondo della produzione agroalimentare e il cittadino. C’è un problema di comunicazione?
In base alla mia esperienza posso dire che c’è una certa distanza tra quello che realmente si fa e quello che viene percepito dalla società. Si tratta di aspetti molto tecnici e il cittadino medio probabilmente non si rende conto dell’enorme grado di avanzamento tecnologico e di conoscenza scientifica che sta alla base delle produzioni. La stessa comunicazione pubblicitaria solitamente tende ad effettuare una eccessiva semplificazione. Questo crea un vuoto di conoscenza che, purtroppo, viene facilmente colmato da informazioni non corrette o da campagne scandalistiche. Ridurre questa distanza è una delle sfide più grandi per tutto il settore.
Oltre all’economia circolare nei mangimi, ci diceva che ci sono altri modi in cui la zootecnia contribuisce ad un uso sostenibile del territorio…
Certamente. Un altro aspetto cruciale è la valorizzazione dei cosiddetti “territori marginali”. Parliamo di vaste aree del nostro Paese, specialmente in collina e montagna, che non sono adatte a coltivazioni per produrre alimenti per l’uomo, ma sono perfette per il pascolo. Favorire il ritorno in queste aree della zootecnia, soprattutto di ruminanti, significa applicare i principi dell’agroecologia. Si valorizza un territorio che altrimenti verrebbe abbandonato, si crea un presidio che contrasta lo spopolamento e si contribuisce a realizzare un modello di sviluppo più equilibrato. In questo senso, la zootecnia non costituisce solo produzione di alimenti, ma uno strumento fondamentale per la gestione e la salvaguardia del paesaggio e del tessuto sociale del nostro Paese.