2026, Anno ONU dei pascoli e dei pastori
Il 2026 è stato proclamato dall’ONU Anno Internazionale dei Pascoli e dei Pastori, su iniziativa della Mongolia e con il sostegno di oltre 60 Paesi.
L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite lo aveva annunciato e ora ci siamo: siamo entrati nel vivo dell’Anno Internazionale dei Pascoli e dei Pastori (IYRP). Tutto ha avuto inizio nella riunione plenaria del 28 gennaio 2022, quando è stata approvata la proposta, avanzata dalla Mongolia e sostenuta da altri 60 Stati membri, di proclamare il 2026 anno globale dedicato a questo tema.
Una decisione che ha acceso i riflettori sui pascoli e congiuntamente sul valore produttivo ed ecologico di chi li gestisce. Parliamo di habitat che oggi coprono circa il 54% della superficie terrestre (Rangelands Atlas 2021) in cui i pastori svolgono un ruolo cruciale di custodi.
Sotto la guida della FAO, la campagna globale mira a ripristinare la centralità di un patrimonio troppo spesso trascurato. L’obiettivo è chiaro: promuovere la consapevolezza che questi territori – e le filiere che sostengono – sono risorse indispensabili non solo per la sicurezza alimentare, ma per la conservazione della biodiversità e per la resilienza climatica del pianeta.
Il ruolo ecologico dei sistemi pastorali
I pascoli rappresentano un tassello indispensabile dei sistemi ecologici ed economici globali. Secondo i dati forniti dalla FAO, questi territori ospitano una biodiversità unica e variegata, che spazia dalle praterie alle savane, dagli arbusteti ai deserti, fino alle zone umide e alle aree montane. In questi ambienti,i pastori gestiscono circa un miliardo di animali in tutto il mondo, allevando specie diverse come pecore, capre, bovini, yak, cavalli, renne e bufali.
Ma il valore di queste terre va ben oltre ciò che si vede in superficie. I pascoli svolgono una funzione ambientale insostituibile agendo come giganteschi depositi naturali: essi trattengono circa il 30% delle scorte globali di carbonio organico nel suolo, impedendo che venga rilasciato nell’atmosfera sotto forma di anidride carbonica e contribuendo così a frenare il riscaldamento globale.
In questo contesto, i pastori non si limitano alla mera gestione del bestiame, ma agiscono come veri e propri custodi di servizi ecosistemici fondamentali, concretizzando un’interdipendenza funzionale tra la conservazione della biodiversità e la resilienza dei sistemi agro-pastorali.
I pascoli nutrono milioni di persone in tutto il mondo
A questa funzione di regolazione climatica si affianca un ruolo altrettanto cruciale: il sostentamento delle popolazioni.I pascoli nutrono milioni di persone in tutto il mondo e la pastorizia non è affatto un’attività marginale. Secondo il Global Land Outlook Thematic Report on Rangelands and Pastoralists, fino a 500 milioni di persone praticano questa forma di allevamento che è presente in oltre il 75% dei Paesi e assicura circa il 10% della produzione mondiale di carne, oltre a fornire beni essenziali come latte, lana e cuoio.
Custodi di cultura
Le terre non sono però solo luoghi di produzione: le comunità pastorali custodiscono un patrimonio culturale inestimabile e conoscenze indigene che permettono di preservare gli ecosistemi da secoli. Come si legge sul sito della FAO dedicato, i pastori allevano il bestiame in equilibrio con la natura, guidati da saperi locali sviluppati, trasmessi e mantenuti nel corso di millenni. Le loro pratiche, come la mobilità strategica delle mandrie e il pascolo adattivo, contribuiscono a rigenerare la vegetazione, a mantenere sani i terreni, i cicli dell’acqua e gli habitat della fauna selvatica.
Un aspetto fondamentale che il 2026 mette in luce è anche il ruolo delle donne: l’IYRP si svolge infatti in concomitanza con l’Anno Internazionale della Donna in Agricoltura. Le due celebrazioni sono interconnesse tra loro, evidenziando come le donne delle comunità pastorali siano pilastri fondamentali per la resilienza delle famiglie, la gestione sostenibile delle risorse, la sicurezza alimentare globale e il mantenimento dell’identità culturale.
Perché stiamo perdendo i pascoli?
Nonostante il loro ruolo vitale, questi habitat stanno affrontando una crisi profonda e spesso ignorata. La FAO e l’UNCCD lanciano un allarme chiaro: sebbene i pascoli coprano circa la metà della superficie terrestre, si stima che fino al 50% di essi sia attualmente degradato. Le cause del declino sono molteplici e interconnesse.
Come evidenziato dal Global Land Outlook dell’UNCCD, i pascoli sono vittime di un’errata percezione: considerati erroneamente “terre desolate” o improduttive in attesa di “sviluppo”, vengono sempre più spesso convertiti in terreni per l’agricoltura industriale, monoculture arboree, progetti energetici o aree urbane. Questa conversione, spesso guidata da una domanda crescente di cibo e risorse, frammenta il paesaggio e distrugge l’equilibrio ecologico millenario mantenuto dal pascolo.
Alla pressione antropica si sommano gli effetti devastanti della crisi climatica, che destabilizzano questi ecosistemi provocando siccità prolungata, inondazioni improvvise e la diffusione di specie invasive e malattie degli animali.
La minaccia non è però solo ambientale, ma anche politica e sociale. Le comunità pastorali si trovano spesso a fronteggiare l‘insicurezza dei diritti di proprietà sulla terra e la privatizzazione delle risorse comuni (land grabbing), inoltre la fortificazione dei confini nazionali ostacola la mobilità delle mandrie che è essenziale per la sopravvivenza del sistema pastorale.
Il risultato è un circolo vizioso: la riduzione delle terre accessibili porta al sovrasfruttamento delle risorse rimaste che minaccia la biodiversità e innesca conflitti sempre più aspri per l’accesso all’acqua e ai pascoli, colpendo in modo sproporzionato le fasce più vulnerabili della popolazione, mettendo a rischio un patrimonio culturale e ambientale unico al mondo.
Cosa succede in Italia?
Secondo l’ultimo Rapporto ISPRA sul consumo di suolo del 2025, i pascoli italiani si confermano, insieme ai terreni seminativi, tra le aree più vulnerabili e soggette a trasformazione. In un solo anno, tra il 2023 e il 2024, il nostro Paese ha visto la perdita di 1.891 ettari di pascoli. Le cause sono molteplici: la fetta più ampia è assorbita dalla cementificazione, che da sola ha interessato oltre 1.000 ettari. Accanto a questa causa si inserisce la dinamica delle infrastrutture energetiche, con i pannelli fotovoltaici a terra che hanno sottratto altri 417 ettari di questo ecosistema.
I pascoli italiani affrontano anche la pressione invisibile ma inesorabile dei cambiamenti climatici. Un esempio emblematico arriva dalle Alpi Italiane. Come riportato nel caso studio “Adapting to climate change in the Italian Alps” nel Rangelands Atlas,il ritiro dei ghiacciai e la drastica modifica dei regimi di pioggia e neve mettono a dura prova le tradizioni antichissime della transumanza.
In aree come la Val Senales (Alto Adige) gli allevatori si trovano oggi di fronte a scenari inediti. Le estati sempre più calde e secche costringono a irrigare artificialmente i pascoli di alta quota per garantire l’erba agli animali – una pratica un tempo impensabile che segnala la fragilità dell’equilibrio alpino – mentre le improvvise e violente variazioni atmosferiche rendono sempre più complessa e rischiosa la gestione degli spostamenti dei greggi.
Ma come supportare pascoli e pastori?
Una road map per il cambiamento: politica, scienza e diritti
L’Anno Internazionale dei Pascoli e dei Pastori serve a denunciare le minacce che incombono su questo mondo, ma anche a tracciare una rotta verso soluzioni concrete e durature. Come delineato dalla Global Alliance per l’IYRP, il 2026 non sarà solo una celebrazione simbolica, ma l’occasione per attuare una strategia globale volta a trasformare radicalmente il modo in cui percepiamo e gestiamo queste risorse.
Questa operazione di riscatto passa attraverso la valorizzazione della conoscenza, promuovendo una sinergia tra il progresso scientifico e l’antico sapere dei pastori. L’innovazione, in questo contesto, non significa cancellare il passato, ma costruire coalizioni forti che permettono alle pratiche tradizionali di rispondere alle sfide contemporanee, come il cambiamento climatico e la sicurezza alimentare.
Sul piano politico, l’iniziativa punta a influenzare i governi affinché adottino legislazioni che sostengano attivamente la gestione sostenibile del territorio e tutelino i pastori, garantendo loro diritti certi sulla terra e la libertà di movimento delle greggi. Infine, un aspetto cruciale riguarda l’economia: l’IYRP si prefigge di favorire investimenti etici, reindirizzando i flussi finanziari verso progetti che rispettino l’ambiente e le comunità locali.