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Allevamento: l’uomo come custode della biodiversità

L’uomo ha svolto per secoli un ruolo fondamentale nella conservazione della biodiversità, in molti paesaggi rurali e agro-pastorali.

  1. La biodiversità è anche il risultato della relazione tra uomo e natura.
  2. Allevamento, pastoralismo, transumanza e sistemi misti coltura-zootecnia sono alleati degli ecosistemi.
  3. Proteggere i saperi rurali significa proteggere il futuro.

La millenaria relazione tra uomo e natura non ha solo modificato l’ambiente affinché producesse le materie necessarie allo sviluppo della specie umana, ma lo ha plasmato e modellato creando paesaggi dal valore inestimabile. Gran parte della biodiversità che caratterizza i paesaggi rurali europei è il risultato di una lunga interazione tra attività umane e processi naturali. Un mosaico al quale hanno contribuito, tessera dopo tessera, il lavoro di centinaia di generazioni di agricoltori e allevatori. Questi sistemi di relazioni ecologiche rappresentano un’eredità di conoscenze ancestrali, dove l’uomo funge da depositario della biodiversità attraverso pratiche che integrano agricoltura, silvicoltura e allevamento.

Ciò che noi oggi consideriamo “naturale” è, in realtà, una complessa opera bio-culturale. In questo quadro, la biodiversità non è solo un elemento passivo: è un sistema che permette la fornitura di servizi ecosistemici vitali e la sicurezza alimentare. I sistemi di allevamento tradizionali hanno favorito non solo la selezione di numerose razze animali adattate a condizioni locali difficili, ma hanno anche sostenuto la cosiddetta “biodiversità associata“: l’insieme di microrganismi, insetti e piante che vivono nei sistemi di produzione e forniscono fertilità del suolo e impollinazione.

Il programma GIAHS, Globally Important Agricultural Heritage Systems, lanciato nel 2002 dalla FAO, tutela e valorizza i paesaggi agricoli tradizionali in tutto il mondo, promuovendo questi luoghi come motori di sviluppo rurale sostenibile.


Pascoli e habitat

I sistemi di allevamento, come il pastoralismo e la transumanza, sono pilastri della biodiversità. Muovendo gli animali, i pastori mantengono aperti gli habitat erbosi, prevenendo la degradazione del suolo e favorendo la circolazione di nutrienti attraverso le deiezioni animali. In modo simile, i sistemi misti coltura-zootecnia, nei quali coltivazione e allevamento sono strettamente interconnessi, creano un ciclo produttivo in equilibrio.

In questo sistema di economia circolare, il bestiame fornisce forza motrice e concime naturale per i campi, mentre i residui delle colture alimentano gli animali. Questo processo riduce la necessità di additivi chimici e sostiene una vita del suolo ricca e diversificata. Con la scomparsa dell’”uomo custode”, si assiste ad esempio all’espandersi di fenomeni di dissesto idrogeologico, poiché mancano la manutenzione corretta e la regimazione della risorsa idrica.


Paesaggi a rischio

Questa situazione, come ricorda anche Bruno Ronchi, Professore di Scienze Agrarie e Forestali presso l’Università degli Studi della Tuscia ed ex Presidente dell’Associazione per la Scienza e le Produzioni Animali (ASPA), richiede una profonda riflessione: non si tratta solo di produzione alimentare, ma di comprendere se la società può permettersi di perdere patrimonio paesaggistico.

Nel 2019, la FAO ha pubblicato The State of the World’s Biodiversity for Food and Agriculture, la prima valutazione globale della biodiversità nel settore agroalimentare. Il rapporto evidenziava come l’abbandono del pascolo tradizionale stia causando la “chiusura” del paesaggio: la boscaglia avanza sui prati ricchi di specie, portando alla scomparsa di piante rare e insetti impollinatori che dipendono da habitat aperti e gestiti.


Patrimoni a rischio

A rischiare di andare perdute per sempre, inoltre, sono la conoscenza di pratiche millenarie e la rarefazione del sapere tradizionale. Sembra di parlare di concetti ormai superati dalle innovazioni tecnologiche, eppure è proprio questa trasmissione di tecniche di gestione del territorio e degli animali che ha consentito la preservazione di sistemi complessi.

Con l’invecchiamento delle popolazioni rurali, si rischia la scomparsa di quei saperi che hanno garantito lo sviluppo dei pascoli alpini in alta quota, sistemi tradizionali in cui le aree di pascolo e le risorse naturali sono gestite dalle comunità locali per evitare il sovrasfruttamento efavorire la rigenerazione dell’ambiente. In alcuni sistemi agroforestali tradizionali, la conservazione degli ecosistemi forestali è strettamente legata alla presenza controllata del bestiame. Uno studio condotto dall’Università di Firenze e pubblicato nel 2020 sulla rivista scientifica Forest, evidenzia il ruolo multifunzionale dei sistemi agroforestali tradizionali come modello di sviluppo sostenibile per le aree rurali.

È essenziale promuovere pratiche come l’agroecologia e rafforzare i quadri normativi che tutelano gli allevatori tradizionali. In questa prospettiva, proteggere il ruolo dell’attività umana come presidio rurale e i suoi sistemi di allevamento nelle aree fragili non significa soltanto garantire la produzione di cibo, ma anche preservare ecosistemi vitali, mantenere viva la relazione tra ambiente e comunità, rafforzare la resilienza di fronte ai disastri naturali e mantenere la fertilità dei suoli per le generazioni future.

Giorgia Burzachechi è giornalista scientifica. Collabora con diverse testate, come QualEnergia, L’Ecofuturo Magazine e GreenMe. È direttrice della testata e del premio Giornalisti Nell’Erba, ideato da Paola Bolaffio, un progetto dedicato ai giovani tra i 3 e i 29 anni per la creazione di coscienze critiche in ambito ambientale. È anche responsabile della comunicazione per diversi progetti europei, per i quali cura la dissemination e l’outreach. In particolare, ha seguito numerose edizioni della Notte Europea dei Ricercatori e delle Ricercatrici di Frascati Scienza e del progetto HERVCOV, una ricerca che coinvolge cinque diversi paesi europei.