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Consumi idrici: attenzione agli alimenti ultra-processati

Si parla spesso di consumi idrici della produzione di carne. Va bene, ma è tempo di badare a quella consumata per produrre cibi ultra-processati.

Si dice spesso che per produrre un chilogrammo di carne bovina siano necessari 15.000 litri d’acqua. Tuttavia, questa cifra è fuorviante perché include tutte le forme di acqua utilizzata, compresa quella piovana naturalmente assorbita dalle piante consumate dai bovini.

Un calcolo più accurato mostra che la produzione convenzionale di carne bovina utilizza circa 1.060 litri d’acqua per chilogrammo. Al contrario, la carne bovina da allevamento al pascolo, che si basa maggiormente su foraggio naturale, utilizza tra 189 e 378 litri per chilogrammo. Queste stime si concentrano esclusivamente sull’acqua direttamente impiegata per l’allevamento, come quella per abbeverare gli animali o irrigare i foraggi, escludendo le precipitazioni naturali.


Non buttiamo la carne con l’acqua sporca

Per comprendere meglio il consumo idrico legato alla produzione di carne bovina, è importante sapere che l’uso dell’acqua in agricoltura si suddivide in tre categorie:

  1. Acqua verde: pioggia assorbita dal suolo e dalla vegetazione, fondamentale per la crescita dei pascoli.
  2. Acqua blu: acqua per irrigazione proveniente da laghi, fiumi e falde acquifere.
  3. Acqua grigia: la quantità di acqua necessaria per diluire gli inquinanti fino a livelli sicuri.

La maggior parte dell’acqua usata nell’allevamento proviene da acqua verde, ovvero da piogge naturali, e non da irrigazione o falde sotterranee. Questo è particolarmente vero nei sistemi al pascolo, dove gli animali si nutrono su terreni naturalmente irrigati. Se consideriamo solo l’acqua blu, la più critica per la sostenibilità idrica, essa rappresenta solo una piccola parte del consumo totale nell’allevamento.

Al contrario, la coltivazione industriale di alimenti vegetali si basa principalmente su fonti di acqua blu, aggravando le carenze idriche in molte regioni vulnerabili. Ciò evidenzia l’importanza di rivedere l’impatto idrico dell’intero sistema alimentare, piuttosto che addossare in modo sproporzionato la colpa all’allevamento.


Oltre il dibattito sulla carne

Il consumo d’acqua nella produzione alimentare va ben oltre l’allevamento, con contributi significativi — ma spesso trascurati — da parte degli alimenti ultra-processati, delle alternative vegetali alla carne e della produzione agricola intensiva.

Secondo la FAO, l’irrigazione agricola rappresenta circa il 70% dei prelievi globali di acqua dolce. La coltivazione del riso è particolarmente idrovora, assorbendo gran parte di queste risorse, specialmente nelle aree dove è un alimento base.

Anche altre colture come avocado, noci e canna da zucchero richiedono grandi quantità d’acqua. Il Water Footprint Network stima che gli avocado necessitano da 1.400 a 2.000 litri per chilogrammo, le noci circa 4.900 litri e la canna da zucchero tra 1.500 e 2.500 litri. Queste esigenze mettono sotto pressione le risorse idriche, soprattutto per produrre le materie prime destinate agli alimenti ultra-processati (UPF).

Uno studio di Ridoutt ha mostrato che i cibi altamente processati presentano generalmente una maggiore impronta idrica blu per caloria rispetto agli alimenti animali minimamente trasformati. Questo è evidente in colture ad alta irrigazione come soia e grano.

Inoltre, i cibi ultra-processati contribuiscono notevolmente all’inquinamento ambientale, richiedendo acqua grigia per diluire i residui degli impianti industriali e consumando energia per i processi di disidratazione e conservazione. L’impatto ambientale si aggrava ulteriormente con le alternative vegetali alla carne, che richiedono lunghi processi industriali e frazionamento degli ingredienti.

La dipendenza degli allevamenti dall’acqua verde si contrappone all’elevato consumo di acqua blu nella produzione agricola intensiva e all’uso di acqua grigia nella trasformazione industriale. In particolare, l’allevamento rigenerativo si dimostra meno dipendente dai prelievi di acqua dolce rispetto all’agricoltura intensiva o ai cibi ultra-processati.


Perché l’allevamento può essere intelligente dal punto di vista idrico

Se gestito in modo sostenibile, l’allevamento può rappresentare una soluzione alla conservazione delle risorse idriche. Il pascolo favorisce la salute del suolo migliorandone la capacità di trattenere l’acqua e riducendo l’erosione. Il movimento degli zoccoli dei bovini contribuisce ad aerare il terreno, aumentando la capacità di ritenzione idrica e stimolando la crescita di piante benefiche.

Inoltre, il letame animale arricchisce la fertilità del suolo, riducendo il bisogno di fertilizzanti sintetici, che presentano un’impronta idrica nascosta. Anche l’urina dei bovini contribuisce al ciclo dei nutrienti e all’umidità del suolo, incrementando la produttività della terra.

I sistemi rigenerativi che integrano allevamento e coltivazione riducono la dipendenza dall’irrigazione sfruttando più efficacemente le piogge naturali. Gli animali possono pascolare su terre inadatte alla coltivazione, rendendole produttive grazie all’agricoltura animale.

Inoltre, i pascoli ben gestiti sequestrano carbonio nel suolo, contribuendo alla mitigazione del cambiamento climatico. Queste pratiche dimostrano come l’allevamento, se gestito con responsabilità, possa supportare gli obiettivi ambientali.


Comprendere il consumo idrico nei sistemi alimentari

È essenziale superare le narrazioni semplicistiche e riconoscere che tutta la produzione alimentare richiede acqua, ma non tutti gli alimenti contribuiscono allo stesso modo alle sfide della sostenibilità. Sebbene l’allevamento abbia una sua impronta idrica, gran parte di questa deriva dalla pioggia naturale e, se ben gestita, l’agricoltura animale può sostenere obiettivi ambientali.

Il vero problema risiede nei cibi ultra-processati e nella produzione agricola industriale, che comportano elevati consumi d’acqua per l’irrigazione e la lavorazione, ma che spesso vengono ignorati nei dibattiti sulla sostenibilità.

Un futuro alimentare sostenibile dovrebbe promuovere un allevamento responsabile e ridurre la dipendenza da alimenti industriali e altamente trasformati. Man mano che i dibattiti sulla conservazione dell’acqua proseguono, i decisori politici dovranno tenere conto dell’impatto idrico complessivo della produzione alimentare, favorendo soluzioni equilibrate e basate sulla scienza.


Fonte: Nourish Your Choice – Articolo originale: “Don’t Throw Your Beef With The Bathwater

Il Progetto “Carni Sostenibili” vuole individuare gli argomenti chiave, lo stato delle conoscenze e le più recenti tendenze e orientamenti tecnico scientifici, con l’intento di mostrare che la produzione e il consumo di carne possono essere sostenibili, sia per la salute che per l’ambiente.