Dieta e cancro: si complica la narrativa “plant-based”
Togliere la carne dal piatto non rappresenta un’assicurazione contro il cancro. Lo rivela il più grande studio oggi disponibile sul tema.
Ci hanno raccontato per anni una storia confortante, seducente, quasi magica: togliere gli alimenti animali dal piatto rappresenterebbe una sorta di assicurazione contro il cancro. Più vegetale, meno rischio oncologico. Semplice, no? Purtroppo, anche semplicistico. E la scienza, quando si allarga davvero di scala, raramente conferma le narrazioni semplicistiche. Non è un caso che il più grande studio oggi disponibile sul tema vada in tutt’altra direzione.
Pubblicato sul British Journal of Cancer solo poche settimane fa (Dunneram Y et al., “Vegetarian diets and cancer risk: pooled analysis of 1.8 million women and men in nine prospective studies on three continents”, Br J Cancer, 2026 Apr;134(8):1218-1229), il lavoro ha seguito oltre 1,8 milioni di persone per circa sedici anni, analizzando più di 200.000 diagnosi di tumore. Numeri che, da soli, bastano a spostare il peso della discussione. Ciò che emerge non è un trionfo delle diete vegane, ma una realtà decisamente più scomoda: la relazione tra alimentazione e cancro non è affatto lineare e le diete più restrittive non sono necessariamente le più protettive.
I vegetariani, è vero, mostrano un rischio ridotto per alcuni tumori. Ma è solo metà della storia, quella che per anni è stata selezionata e amplificata a dismisura. L’altra metà, molto meno raccontata, è che nello stesso gruppo si osserva un aumento marcato del carcinoma squamoso dell’esofago, quasi raddoppiato rispetto a chi consuma carne. Non si tratta di un dettaglio statistico marginale, ma di un segnale che resiste anche dopo aver corretto per fumo, alcol, peso e stile di vita. Gli autori parlano di possibili carenze nutrizionali, in particolare di micronutrienti più presenti negli alimenti animali, quali riboflavina e zinco. Non costituisce una prova definitiva, ma è un’ipotesi biologicamente coerente. Soprattutto, è un dato che incrina una convinzione: eliminare gli alimenti animali dalla dieta non è un gesto neutro.
Se poi si guarda ai vegani, il quadro si complica ulteriormente. Il dato più sorprendente dello studio è un aumento del rischio di tumore del colon-retto del 40% rispetto ai consumatori di carne. Un risultato che contraddice frontalmente il mantra secondo cui fibre alte e assenza di bistecche garantirebbero protezione. Certo, i ricercatori invitano alla prudenza: i casi sono pochi e servono conferme. Ma il segnale c’è ed è tutt’altro che assurdo dal punto di vista fisiologico: i vegani, in tutte le coorti analizzate, risultano avere l’apporto di calcio più basso. E sappiamo ormai da anni, da precise evidenze epidemiologiche, che calcio e diversi prodotti lattiero-caseari sono associati a una riduzione del rischio di carcinoma colorettale. Ancora una volta, il punto non è dimostrare una colpa, ma riconoscere un meccanismo plausibile.
Il paradosso diventa evidente quando si osservano i gruppi con il profilo di rischio più favorevole. Non sono i più “puri”, né i più restrittivi. Sono quelli che non eliminano del tutto gli alimenti animali, ma li selezionano. I pescetariani, per esempio, mostrano riduzioni di rischio per diversi tumori. Anche chi consuma carni bianche riducendo quelle rosse e processate mostra un profilo di rischio più favorevole per alcune neoplasie. Non è una vittoria della carne in sé, ma della moderazione nutrizionale. Un concetto infinitamente meno ideologico e molto più difficile da vendere.
A questo punto, diventa inevitabile affrontare il nodo centrale che per anni è stato aggirato: le carenze nutrizionali. Perché, quando si escludono intere categorie alimentari, il problema non è solo ciò che si evita, ma ciò che inevitabilmente si perde. Calcio, vitamina B12, zinco, vitamina D, riboflavina, iodio, ferro altamente biodisponibile non sono dettagli da manuale di biochimica, ma elementi che partecipano a processi fondamentali come la riparazione del DNA, la funzione immunitaria, il metabolismo, l’integrità dei tessuti. Pensare che possano essere irrilevanti nel lungo periodo o, peggio ancora, che le diete plant-based siano, sempre e facilmente, in grado di assicurare corretti apporti di tali micronutrienti è più un atto di fede che una posizione scientifica.
Naturalmente, lo studio è osservazionale e non dimostra causalità. E’ il primo limite che gli stessi autori sottolineano. Esiste il rischio di confondimento residuo, perché i vegetariani tendono a fumare meno, bere meno e muoversi di più. Ma proprio questo rafforza il punto: anche correggendo per questi fattori, emergono differenze che non possono essere liquidate con un’alzata di spalle. Il messaggio non è che le diete vegetali siano dannose, ma che non sono automaticamente protettive. E, specialmente, che l’idea di una superiorità intrinseca delle diete vegane non è supportata dai dati più solidi disponibili.
Il vero errore, probabilmente, è stato trasformare un approccio alimentare in un’identità. Quando la dieta diventa ideologia, la fisiologia passa in secondo piano. Lo studio del British Journal of Cancer ci riporta invece a un principio molto meno affascinante, ma decisamente più utile: più che ciò che si elimina, conta ciò che si assume nel suo complesso. Le diete più protettive, anche sul piano oncologico, non sono quelle che estremizzano, ma quelle che mantengono un equilibrio nutrizionale reale.
Questa ricerca non demolisce le diete vegetali. Demolisce però l’idea che siano automaticamente superiori. Contemporaneamente, ci impartisce una lezione scomoda: la nutrizione non segue le mode morali del momento. Il corpo umano continua a ragionare in termini di biologia, micronutrienti ed equilibrio metabolico. Ignorarlo, anche con le migliori intenzioni, ha un prezzo.