Prosciutto cotto e cancro: perché l’allarme che torna a circolare è una fake news
Ciclicamente tornano sui media fake news e titoli allarmistici sui cibi, spesso per fare click. L’ultimo caso sul prosciutto cotto e i salumi, “appena dichiarati cancerogeni”. Una non-notizia, risalente a undici anni fa!
Ancora una volta, ciclicamente, tornano a circolare sui media e sui social network fake news e titoli allarmistici e assurdi, magari con il semplice scopo di generare click e visite. L’ultimo esempio, in questi giorni, è quello secondo cui il prosciutto cotto e in generale i salumi sarebbero stati “recentemente inseriti tra i cibi cancerogeni”. Una non-notizia spacciata per qualcosa di recente, ma che non ha nulla di nuovo. Nessuna nuova decisione scientifica, nessun aggiornamento recente delle autorità sanitarie. Siamo di fronte alla riproposizione fuori contesto di una (improbabile) valutazione che risale al 2015, trasformata così, di fatto, in una fake news.
Fake News trite e ritrite
Il riferimento è alla classificazione pubblicata oltre dieci anni fa dalla IARC, l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. In quell’occasione, la IARC condusse una revisione sistematica di centinaia di studi epidemiologici disponibili all’epoca, con l’obiettivo di valutare l’associazione tra il consumo di carni rosse, carni lavorate e l’insorgenza di alcune patologie oncologiche, in particolare il tumore del colon-retto. Al termine di questa analisi, le carni lavorate – categoria che comprende anche il prosciutto cotto – furono inserite nel Gruppo 1.
È però fondamentale chiarire cosa significhi davvero questa classificazione. Il Gruppo 1 non indica il livello di rischio per il singolo individuo, né implica che questi alimenti debbano essere eliminati dalla dieta. La classificazione IARC serve a identificare l’esistenza di un pericolo, non a stimare il rischio reale legato alle quantità consumate. Una distinzione che, all’epoca, non fu comunicata con sufficiente chiarezza. La stessa IARC con l’OMS ha successivamente riconosciuto che quella comunicazione contribuì a generare una percezione distorta del messaggio scientifico.
La differenza tra rischio relativo e rischio assoluto
“Un aspetto centrale, ancora oggi spesso frainteso, è la distinzione tra rischio relativo e rischio assoluto”, spiega Davide Calderone, Direttore di ASSICA: “La IARC stimò che il consumo quotidiano di circa 50 grammi di carne lavorata fosse associato a un aumento del rischio relativo di tumore del colon-retto di circa il 18%. Questo dato, però, va sempre interpretato nel suo contesto: vista l’entità del rischio relativo, il rischio assoluto di sviluppare questo tumore anche nel caso di consumo di quantità superiori a quelle indicate, è estremamente basso: circa l’1%”.
Il vero problema, quindi, non è il consumo sporadico di salumi, ma piuttosto uno stile alimentare (e di vita) scorretto nel suo complesso, caratterizzato da abitudini ripetute nel tempo, sedentarietà e mancanza di equilibrio nella dieta. In Italia, peraltro, il contesto è diverso rispetto ad altri Paesi: grazie al modello della Dieta Mediterranea, il consumo medio pro capite di carni trasformate è di circa 25 grammi al giorno, una quantità ben al di sotto di quella considerata nelle valutazioni dello IARC.
Il vantaggio delle produzioni italiane
A questo si aggiunge la qualità delle produzioni italiane. Uno studio condotto dall’Istituto Zooprofilattico Sperimentale della Lombardia e dell’Emilia-Romagna ha evidenziato che già dal 2019 circa il 90% dei salumi italiani risultava conforme ai nuovi limiti europei sull’impiego di nitriti e nitrati, oggi formalizzati dal Regolamento (UE) 2023/2108, entrato in applicazione solo di recente. Si tratta di quantitativi ampiamente al di sotto dei limiti di sicurezza, con conservanti che svolgono una funzione essenziale nella tutela della sicurezza alimentare.
Il rischio non è una fetta di prosciutto cotto, ma una comunicazione superficiale e imprecisa
La recente ri-diffusione di questa non-notizia dimostra quanto sia facile che informazioni decontestualizzate o presentate in chiave allarmistica, generino confusione e preoccupazione ingiustificata. Come sottolinea ancora Calderone, è fondamentale verificare sempre questo tipo di notizie attraverso fonti istituzionali autorevoli, a livello internazionale e nazionale. Se le si legge su profili Instagram nati pochi mesi fa e con centinaia di migliaia di follower, ad esempio, il sospetto di essere di fronte a un tipico caso di disinformazione da clickbait (tecnica di marketing o giornalismo online che usa titoli sensazionalistici, fuorvianti o appunto allarmistici per attirare l’attenzione e spingere gli utenti a cliccare su un link, seguire un profilo o a mettere un like) deve necessariamente sorgere.
In un’epoca in cui il sensazionalismo viaggia più veloce dei dati, il rischio più grande non è una fetta di prosciutto cotto, ma una comunicazione superficiale e imprecisa. Fare corretta informazione, distinguere tra pericolo teorico e rischio reale e restituire complessità ai temi scientifici è oggi più che mai necessario per evitare allarmismi inutili e costruire un rapporto più consapevole e sereno con il cibo.