Diete plant-based e rischio di fratture ossee
Le diete plant-based, pur percepite come salutari, presentano criticità emergenti, tra cui un possibile aumento del rischio di fratture ossee.
Negli ultimi anni le diete plant-based (vegetariane e vegane, in primo luogo) sono entrate nel dibattito pubblico come sinonimo di alimentazione salutare. Tuttavia, quando si esce dalla narrazione generale e si guarda ai singoli esiti clinici, emergono aree di criticità che non possono essere ignorate. Una di queste riguarda la salute dell’osso e, in particolare, il rischio di fratture.
Il punto di riferimento resta l’importante studio EPIC-Oxford, pubblicato su BMC Medicine nel 2020 da Tong e colleghi (“Vegetarian and vegan diets and risks of total and site-specific fractures: results from the prospective EPIC-Oxford study“). Si tratta di una coorte prospettica di quasi 55.000 adulti britannici seguiti per circa 18 anni. I risultati sono netti: rispetto ai consumatori di carne, i vegetariani e pure i pescetariani (coloro che escludono carne e pollame, ma consumano pesce) presentano un aumento moderato del rischio di fratture, mentre nei vegani il rischio di frattura dell’anca risulta addirittura più che raddoppiato. Nei vegani aumenta anche il rischio di fratture totali e di alcune sedi specifiche, come gamba e vertebre.
Diete Veg: per la salute delle ossa, non basta neppure una buona pianificazione
È un dato che resta assai significativo, anche dopo aver corretto per fattori importanti come il BMI e l’apporto di calcio e proteine. Questo punto è cruciale, perché smentisce una spiegazione semplicistica molto diffusa: “Non è la dieta vegana in sé, è solo che mangiano male”. Il fatto che questi soggetti mostrino ancora un rischio maggiore di frattura dopo l’aggiustamento di tali fattori indebolisce in modo sostanziale la narrazione secondo cui le diete plant-based sarebbero nutrizionalmente equivalenti ai modelli onnivori se “ben pianificate”.
Le evidenze indicano che il problema non si esaurisce in singole carenze, ma riguarda l’assetto nutrizionale complessivo di queste diete, in particolare di quelle vegane, e il loro impatto a lungo termine sulla salute ossea. In altri termini, i dati suggeriscono che il modello alimentare plant-based presenta limiti intrinseci per il mantenimento dell’integrità scheletrica e che ci sono altri fattori in gioco, legati al pattern alimentare complessivo e non solo ai singoli nutrienti.
Rischio fratture ossee e osteoporosi per i Veg decisamente superiori rispetto agli onnivori
Negli anni successivi, questi risultati non sono stati smentiti. Al contrario, una nuova meta-analisi pubblicata nel 2025 su Nutrition Reviews (Ballarin et al, “Vegetarian and Vegan Diets and the Risk of Hip Fracture in Adults: A Systematic Review and Meta-analysis“), che ha messo insieme quattro grandi studi di coorte per un totale di oltre 500.000 partecipanti, ha confermato lo stesso segnale. I vegetariani mostrano un aumento del rischio di frattura dell’anca di circa il 25%, mentre nei vegani l’aumento arriva a circa +75% rispetto agli onnivori.
Questa evidenza è stata ulteriormente confermata da un’altra recentissima, imponente, meta‑analisi pubblicata nel 2025 su Clinical Nutrition (Zheng et al., “Plant‑based diet and risk of osteoporosis: A systematic review and meta‑analysis“). La revisione ha incluso ben 20 studi con oltre 243.000 partecipanti, confrontando vegetariani e vegani e consumatori di dieta onnivora. I risultati mostrano che le diete plant‑based sono associate a un rischio significativamente maggiore di osteoporosi alla colonna lombare, con segnali più marcati nei vegani e nei soggetti che seguono tali diete da più di 10 anni.
Il rischio di frattura non nasce dal nulla. Già la meta-analisi pubblicata su Nutrition Reviews nel 2019 (Iguacel I et al. “Veganism, vegetarianism, bone mineral density, and fracture risk: a systematic review and meta-analysis“) aveva chiaramente mostrato che vegetariani e vegani presentano una densità minerale ossea inferiore, soprattutto a livello del rachide lombare e del collo femorale. Le differenze diventano clinicamente rilevanti nel lungo periodo, soprattutto con l’avanzare dell’età.
Ignorare questi risultati non è compatibile con un approccio medico basato sulle evidenze
Dal punto di vista nutrizionale, le spiegazioni sono tutt’altro che speculative. Le review scientifiche sulla densità minerale ossea, tra cui quella tutta italiana pubblicata su Frontiers in Endocrinology nel ‘22, mostrano che nelle diete plant-based, in particolare in quelle vegane, l’apporto di calcio tende a essere più basso se non si fa ricorso sistematico ad alimenti fortificati. La vitamina D è spesso insufficiente. L’apporto proteico, soprattutto nelle versioni meno strutturate della dieta, può essere inadeguato al mantenimento della massa ossea. A questo si aggiunge un BMI mediamente più basso, che rappresenta un fattore di rischio indipendente per le fratture dell’anca.
Infine, non vanno trascurate le carenze di vitamina B12, zinco, selenio e altri nutrienti coinvolti nei processi di rimodellamento osseo e spesso critici nelle diete esclusivamente vegetali (si veda anche, a tale scopo, la revisione sistematica pubblicata su Nutrients nel ‘21, “Nutrient Intake and Status in Adults Consuming Plant-Based Diets Compared to Meat-Eaters: A Systematic Review“).
Nel complesso, tutte le evidenze disponibili indicano che le diete plant-based, soprattutto quelle vegane, non sono neutre rispetto alla salute scheletrica. Al contrario, si associano in modo consistente a un aumento del rischio di fratture, in particolare dell’anca. Questo dato deve essere tenuto in considerazione nella pratica clinica, soprattutto nei soggetti anziani, nelle donne in post-menopausa e in chi presenta già fattori di rischio per osteoporosi.
Ignorare questi risultati, o minimizzarli per motivi ideologici, non è compatibile con un approccio medico basato sulle evidenze.