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Greenpeace contro gli allevamenti

Greenpeace propone di bloccare l’espansione degli allevamenti intensivi e ridurre gli animali allevati, sulla base di una narrazione “scientifica” tutta da verificare.

  • “Intensivo” non significa maltrattamento: bisogna valutare le reali condizioni di benessere degli animali.
  • Benessere e produttività vanno insieme: innovazione e tecnologia possono migliorare entrambi.
  • Meno ideologia, più dati: la zootecnia va giudicata sui risultati concreti, non sulle etichette.


Una proposta di legge per fermare l’espansione degli allevamenti definiti “intensivi”, una moratoria sui nuovi impianti, lo stop ai finanziamenti pubblici e una drastica riduzione del numero di animali allevati. È questa, in sintesi, la ricetta di Greenpeace per trasformare la zootecnia italiana. Ma quanto è solida, dal punto di vista scientifico, la narrazione su cui si fonda questa iniziativa?

A mettere in discussione le basi della proposta è il Professor Giuseppe Pulina, ordinario di Etica e sostenibilità degli allevamenti e prorettore alla Ricerca dell’Università di Sassari e Presidente di Carni Sostenibili, intervistato dall’Informatore Zootecnico, che ha pubblicato l’analisi nell’articolo “Greenpeace ignora le evidenze scientifiche della zootecnia italiana” (n. 14-2026, 3 agosto).


Cos’è un “allevamento intensivo”?

Il primo problema riguarda proprio la definizione di “allevamento intensivo”. Secondo Pulina, si sta discutendo di una categoria che, in realtà, non ha una precisa definizione scientifica e normativa. “Per Greenpeace è un capannone dove gli animali vengono stipati e maltrattati durante tutta la loro vita. Ma questa è una rappresentazione ideologica, non una definizione scientifica”.

Il termine “intensivo”, insomma, sembra essere diventato nell’immaginario collettivo sinonimo automatico di qualcosa di negativo. “Nell’immaginario collettivo, soprattutto facendo leva sulle categorie dei più giovani, intensivo è diventato sinonimo di cattivo”, spiega il docente: “Di conseguenza si firma senza approfondire realmente il tema”.

Eppure, osserva Pulina, il sistema produttivo non può essere giudicato semplicemente sulla base dell’etichetta “intensivo” o “estensivo”. Un allevamento intensivo che rispetta pienamente le norme sul benessere animale dovrebbe essere demonizzato? E, al contrario, un allevamento estensivo garantisce automaticamente condizioni migliori? La risposta è no.


Il benessere animale è disciplinato da un articolato sistema normativo

«Perché non parliamo semplicemente di maltrattamento animale? Quello sì che è già definito dalla legge”, sottolinea il Professore, ricordando che il benessere animale è già disciplinato da un articolato sistema normativo italiano ed europeo e che il rispetto delle relative norme è anche condizione per l’accesso ai contributi della Politica agricola comune.

C’è poi un dato elementare che sembra sfuggire a una certa comunicazione ambientalista: un animale che sta bene produce meglio. “Il benessere rappresenta oggi uno dei principali fattori della competitività degli allevamenti moderni. Un animale allevato in buone condizioni produce latte e carne di qualità superiore”. E gli esempi sono concreti: nelle moderne stalle da latte ventilazione, raffrescamento e doccette consentono di ridurre sensibilmente lo stress termico degli animali. In alcune strutture, spiega Pulina, la temperatura percepita può essere ridotta anche di dieci gradi rispetto all’esterno.

Il problema, quindi, non è scegliere ideologicamente tra “intensivo” ed “estensivo”, ma misurare ciò che realmente accade negli allevamenti, valutando benessere animale, emissioni, efficienza, gestione degli effluenti, consumi e risultati produttivi.


Una crescente delegittimazione del settore

L’ultima riflessione riguarda il clima culturale che si è creato attorno alla zootecnia. Secondo il Professor Pulina, il settore vive una crescente delegittimazione sociale che rischia di scoraggiare proprio chi, ogni giorno, investe per migliorare gli allevamenti. “Ogni volta che si parla di allevamenti, chi ci lavora viene trattato come un delinquente. Questo è un problema sociale sul quale la società dovrebbe interrogarsi”.

Ma la risposta non può essere quella di una zootecnia chiusa sulla difensiva. Al contrario, il settore deve continuare a spiegare cosa sta facendo, rendere misurabili i propri progressi e confrontarsi con le criticità ancora aperte. Benessere animale, innovazione, efficienza e riduzione degli impatti non sono obiettivi alternativi alla produzione: sono gli strumenti attraverso cui costruire la zootecnia del futuro.

La sfida, dunque, non è chiedere che gli allevamenti vengano semplicemente “lasciati in pace”, ma che vengano giudicati sulla base di dati, risultati e miglioramenti concreti, anziché attraverso categorie ideologiche. Perché una transizione seria non si realizza delegittimando chi produce, ma mettendolo nelle condizioni di investire e migliorare.

E la domanda finale di Pulina resta centrale: “Vogliamo continuare a produrre alimenti di origine animale in Italia, rispettando regole tra le più severe al mondo, oppure preferiamo importarli da Paesi dove gli standard di benessere animale sono molto più bassi?”.

Giornalista specializzato in sostenibilità, cambiamento climatico e temi ambientali, scrive per diversi giornali, riviste e siti Web. Da una decina di anni è molto attivo sia come relatore che come moderatore presso eventi sempre legati alla sostenibilità ed alla green economy. Laureato in sociologia, fra i temi su cui focalizza il suo lavoro spiccano gli impatti delle produzioni alimentari, a partire da quelli legati alla zootecnia ed ai cibi animali. A fine 2018 ha pubblicato il libro “In difesa della carne”, edito da Lindau.